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Giulianova. Editoria: “Perdita di Memoria” (Eretica edizioni) di Simona Conte. Recensione della prof.ssa Stefania Pompeo


PERDITA DI MEMORIA di Simona Conte – Eretica Edizioni

AUTRICE: Simona Conte

GENERE: Narrativa

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026

PAGINE: 120

 

 

 

Ci sono romanzi nei quali la memoria è uno strumento per ricostruire il passato. In Perdita di memoria, di Simona Conte, accade qualcosa di diverso: la memoria rimane, ma sembra perdere il suo legame con le emozioni, con l’identità, con la vita stessa. È proprio da questo paradosso, che prende forma un romanzo, nel quale il confine fra realtà, ricordo e percezione diventa progressivamente più incerto.

Il protagonista è Tommaso, un uomo apparentemente inserito in una vita ordinaria e di successo: lavora come promotore finanziario in una grande azienda del settore bancario e si avvicina al quarantottesimo compleanno. Ma qualcosa comincia a incrinarsi. Non si tratta della classica perdita della memoria: Tommaso non dimentica semplicemente nomi, volti, appuntamenti o avvenimenti. Il problema è più profondo e, proprio per questo, più perturbante. Ricorda i fatti, ma non riesce più a sentirli come propri.

È come se la sua esistenza fosse diventata un archivio privo di calore.

La famiglia, gli affetti, la quotidianità: tutto continua a essere riconoscibile, ma niente sembra più appartenere davvero a Tommaso. Nel frattempo emergono frammenti apparentemente inspiegabili: il volto di una donna, alcune conversazioni, una fotografia, un sasso. Sono immagini, che arrivano dal passato senza offrire immediatamente una chiave interpretativa. Ed è qui che Simona Conte costruisce la parte più interessante del romanzo: il mistero non nasce soltanto dalla domanda <<che cosa è successo?>>, ma soprattutto da una domanda molto più radicale: quanto della nostra identità dipende dal significato emotivo che attribuiamo a ciò che ricordiamo? Il titolo del romanzo potrebbe far pensare a una storia sulla dimenticanza. In realtà, Simona Conte compie un’operazione più sottile e profonda. La memoria di Tommaso non scompare del tutto: si separa dall’emozione.

Questa intuizione permette all’autrice di trasformare un elemento apparentemente clinico in una questione esistenziale. Che cosa rimane di noi quando riconosciamo la nostra storia, ma non la sentiamo più come nostra? E, soprattutto, siamo davvero la somma degli eventi che abbiamo vissuto oppure siamo il sentimento che quegli eventi hanno lasciato dentro di noi?

Il romanzo sembra suggerire proprio quest’ultima possibilità. Non siamo fatti soltanto di ciò che è accaduto, ma della traccia affettiva che ciò che è accaduto ha depositato in noi.

Da questo punto di vista, il titolo assume un significato quasi paradossale: la vera <<perdita>> non riguarda necessariamente la capacità di ricordare, ma la capacità di riconoscersi nei propri ricordi. All’interno di questa frattura narrativa emerge la figura di Vanina, legata a Tommaso da un ricordo carnale e misterioso. Il suo ritorno nella storia, attraverso un diario, sposta ulteriormente l’equilibrio del racconto. Il passato non è più soltanto qualcosa da recuperare: diventa qualcosa da affrontare.

Il diario rappresenta così una sorta di dispositivo narrativo, attraverso il quale la storia può riaprire ciò che sembrava definitivamente chiuso. Tommaso viene trascinato verso una notte di sangue e disperazione, dentro la quale sembra essere custodito un patto dimenticato. Il lettore si trova quindi a procedere insieme al protagonista, ricomponendo progressivamente frammenti che inizialmente sembrano appartenere a mondi differenti.

È una struttura che valorizza l’elemento psicologico e quello del mistero, senza ridurre il romanzo a un semplice gioco investigativo. Il vero enigma, infatti, non consiste soltanto nello scoprire cosa sia accaduto, ma nel comprendere chi sia realmente Tommaso all’interno della propria storia.

La scrittura di Simona Conte nasce anche dalla sua frequentazione della narrativa noir e del fantastico. L’autrice, nata in Abruzzo nel 1965, ha pubblicato sillogi poetiche e racconti su riviste letterarie. Perdita di memoria è il suo primo romanzo considerato anche come un’opera dalle caratteristiche weird, nella quale l’elemento psicologico si intreccia al mistero. Questa contaminazione si percepisce nel testo. C’è una dimensione concreta, fatta di professione, famiglia, medici e strutture sanitarie; ma, parallelamente, si apre una zona più oscura nella quale il lettore non può essere completamente certo, di ciò che sta accadendo. È proprio l’incertezza a generare la tensione: la realtà viene progressivamente privata delle sue coordinate abituali e il lettore è costretto a chiedersi se ciò che emerge sia un ricordo autentico, una rimozione, una deformazione della percezione oppure qualcosa di ancora più difficile da definire. La scrittura dell’autrice procede soprattutto attraverso l’interiorità di Tommaso. La dimensione psicologica non è un semplice elemento aggiuntivo della trama: ne costituisce il centro. Il disagio del protagonista diventa così anche un modo, per interrogare il lettore sulla natura della memoria e dell’identità.

E c’è un altro elemento interessante: il romanzo non presenta la memoria come una facoltà necessariamente rassicurante. Ricordare può significare anche riaprire ferite, recuperare responsabilità, confrontarsi con ciò che si è cercato di dimenticare. Fra i temi che emergono con maggiore forza ci sono il senso di colpa, l’alienazione e il bisogno di trovare un legame capace di restituire significato all’esistenza. La stessa presentazione editoriale insiste sul rapporto fra identità, colpa e legami scelti e protetti.

 Perdita di memoria è un romanzo che parte da un’idea narrativa efficace – un uomo che ricorda ma non sente più ciò che ricorda – per arrivare a interrogativi più profondi sull’identità, sulla responsabilità e sul rapporto fra memoria ed emozione. Simona Conte costruisce una storia nella quale il mistero esteriore e quello interiore procedono insieme. Il lettore vuole sapere che cosa sia accaduto a Tommaso, ma finisce per essere coinvolto soprattutto dalla domanda che riguarda la sua identità: quanto possiamo ancora definirci attraverso ciò che ricordiamo, se quei ricordi hanno smesso di parlarci emotivamente?

È una domanda che rimane anche dopo l’ultima pagina.

E forse è proprio questo uno dei meriti principali del libro: trasformare una vicenda apparentemente legata alla perdita della memoria in una riflessione sulla necessità, per ogni individuo, di dare un significato alla propria storia.

 

Prof.ssa Stefania Pompeo

Docente di Lettere

Istituto Abruzzese di Ricerche Storiche Teramo – DASP

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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