Dall’Archivio di Stato di Teramo spunta un manoscritto di Gregorio De Filippis scritto a Napoli nel 1817 in pieno lockdown.

26 Dicembre 2020 11:260 commentiViews: 15
l fondo privato della famiglia Delfico, poi De Filippis Delfico, conservato presso l’Archivio di Stato di Teramo ha restituito un manoscritto del 1817 scritto da Gregorio De Filippis alla giovine età di sedici anni.
Nato a Napoli sul pricipiar del secolo XIX da Trojano de Filippis, conte di Longano e da Aurora Cicconi, di famiglia patrizia teramana, originaria di Morro d’Oro, Gregorio perse alla tenera età di quattro anni il padre. Sua madre sposò in seconde nozze il barone Michele Genovese.
L’infanzia di Gregorio trascorse nella ricca biblioteca del patrigno dove aveva a disposizione per il suo studio libri di ogni genere, compresi quelli di recente pubblicazione, fatti arrivare anche da fuori Napoli e dall’Italia Settentrionale.
L’atriano Gabriello Cherubini che tracciò una sua nota biografica sul Poliorama Pittoresco del 1854 é  l’unico studioso che ci restituisce, seppur scarne, notizie di Gregorio giovane. Egli ricorda che pur potendo usufruire degli svaghi della capitale il ragazzo impiegò il suo tempo nella ricerca sì da terminare tutti gli studi a sedici anni. A quell’età risalgono due opuscoli, uno andato smarrito, intitolato ‘ Ragionamenti sulle religioni esistite ed esistenti’, l’altro, che é stato trascritto dagli studiosi Elso Simone Serpentini e Loris Di Giovanni e pubblicato con una loro introduzione, ha come titolo ‘ Nuovo saggio specolativo sulla origine e degenerazione della Terra’. Il volume, edito da Artemia Nova Editrice di Teresa Orsini, è arricchito dalla prefazione dell’avo di Gregorio, il professor avvocato Mauro Norton Rosati di Monteprandone De Filippis Delfico, Rettore del Centro Studi Delfico Foundation.
Ma l’episodio più importante della vita di Gregorio De Filippis fu nel 1820, quando sposò Marina Delfico, figlia di Orazio e di Diomira Mucciarelli, patrizia ascolana, nonché nipote di Melchiorre Delfico. Negli sponsali, tra i vari patti e condizioni, spiccava al punto 8 del capitolo matrimoniale che ‘ il medesimo Signor Conte Don Gregorio dovrà riunire al proprio cognome quello di Delfico, in tutti gli atti, tanto pubblici, quanto privati’. Da quel momento in poi nasce il doppio cognome De Filippis Delfico, portato con orgoglio dai nove figli nati dal loro matrimonio e da tutti i loro discendenti.
Il nipote acquisito fu subito amato dal venerando Melchiorre Delfico. In un lettera indirizzata dell’illuminista teramano a Luigi Dragonetti, questa venerazione traspare in ogni parola. Egli, infatti, scrive: ” Sarà  porgitore di questo foglio Don Gregorio De Filippis Delfico..che possiede pienamente il mio cuore. Il delfico alloro era giá  secco, ed egli in quattro anni ci ha regalato tre belli germogli..”.
Tra le opere di Gregorio De Filippis Delfico, lo scritto giovanile sull’origine e degenerazione della Terra presenta certamente caratteri stilistici dettati dall’inesperienza e da una ingenuità di fondo, basati tuttavia su una serie di elementi conoscitivi tratti da ampie e numerose letture, molte delle quali vengono esplicitamente richiamate. La disponibilità di testi anche non comuni nella biblioteca di famiglia, quella del patrigno Michele Genovese, ma anche quella di Melchiorre Delfico, che a Napoli già frequentava. Dei testi ce n’è uno in particolare che prende a modello, traendo da esso non solo l’impianto e la sequenza delle argomentazioni, soprattutto nella parte iniziale del suo lavoro, quasi un’esercitazione scolastica e riepilogativa degli studi fatti, “una tesina” si direbbe oggi: Istituzioni di logica, di Francesco Soave, di cui era uscita una edizione riveduta e accresciuta a Venezia quattro anni prima che Gregorio iniziasse a vergare le pagine del suo manoscritto e di cui certamente doveva disporre nella biblioteca di famiglia. Il titolo dell’opera risulta fuorviante rispetto agli argomenti svolti dal giovane Gregorio. Tuttavia, soprattutto quelli iniziali, ricalcano i temi dell’opera di Soave, che partono anch’essi dalla “filosofia delle più antiche nazioni”, come infatti il professore intitola il suo primo capitolo. In questo l’autore tratta dei Caldei, poi dei Persiani, degli Arabi, degli Egizj, degli Ebrei, dei Fenicj, degli Indiani, dei Cinesi e infine dei Mauritani, dei Traci, dei Galli, dei Germani, dei Britanni, passando in seguito a parlare degli antichi Greci, della Scuola Ionica, dei socratici, delle sette megarica, eliaca, eretrica. Segue la trattazione della filosofia aristotelica, di quella dei cinici, di quella dei pitagorici, di quella eleatica. Su questo impianto storico filosofico il giovane Gregorio innesta i suoi riferimenti biblici al libro della Genesi, a cui attinge abbondantemente, tentando di dare una spiegazione scientifico-razionale a ciò che è spiegabile e dicendo di ciò che non lo è che le sacre scritture vanno interpretate in chiave metaforica. Alcune sue spiegazioni sono del tutto ortodosse rispetto ad una tradizione interpretativa delle sacre scritture già consolidate, altre, non prova di una certa ingenuità, tentano di essere innovative e risultano vanamente appoggiate su questo o su quell’autore, non sempre e non tutti della stessa autorità ed autorevolezza. Nello scritto Gregorio rivela ampie conoscenze e varie letture, anche di autori non del tutto noti, altri da lui citati erano più celebri ai suoi tempi di quanto non siano oggi, essendosene perduto via via il ricordo o essendo di molto diminuita la riconosciuta attendibilità. In questo senso, ciò che Gregorio scrive è paradigmaticamente significativo della generale conoscenza filosofico-scientifica di un giovane del ceto medio-alto al quale egli apparteneva. Le sue note a pie’ di pagina sono molte, ma essenziali, con abbreviazioni che rendono incompleta l’indicazione e in molti casi poco comprensibile. Alcune storpiature dei nomi e dei titoli risultano inspiegabili, tenuto conto che i testi citati dovevano essere certamente a disposizione e direttamente consultati. Il testo è incompleto, interrotto nel mezzo di una frase e senza il terzo capitolo, che, come l’autore scriveva descrivendo il piano dell’opera, avrebbe dovuto parlare del progressivo decadimento della Terra e congetturare circa la sua fine. Lo scritto dovette essere abbandonato prima del tempo, forse quando vennero meno le ragioni e le circostanze che avevano indotto l’autore a intraprendere il lavoro: la grande quantità di tempo a disposizione in un periodo di reclusione domestica e di isolamento resi necessari dall’epidemia di tifo petecchiale che infuriava a Napoli come in tutte le province del Regno. Quale fosse la gravità della situazione viene documentato in uno studio medico del prof. Gennaro Tasca,Trattato di Patologia Posologica sulla febbre petecchiale che venne pubblicato due anni dopo lo scoppio dell’epidemia, nel 1819.
Nel mese di settembre l’epidemia sembrò attenuarsi e nel mese di ottobre era quasi del tutto cessata, mentre l’arte medica pareva aver accertato che il morbo sembrava attenuarsi, quando non portare a guarigione, ma seguita da lunga convalescenza, con l’uso di sussidi antifloristici. Tuttavia si registravano ancora dei casi in cui l’ultimo atto era l’amministrazione del Sacro Viatico e se verificarono altri, anche gravi e nefasti, a novembre e a dicembre e qualche esito mortale si ebbe anche nel gennaio del 1818. Il morbo tornò ad attenuarsi nel mese di febbraio. La diffusione del bacillo del tifo (salmonella thyphi) era favorita dalla mancanza di servizi igienici nelle abitazioni, dalla precaria situazione delle falde e dei pozzi d’acqua potabile, dalle filtrazioni degli scoli. Medici vestiti di tela cerata nera, con grandi baveri, venivano inviati nelle case per gli accertamenti e le disinfezioni. Disponevano l’isolamento degli ammalati, facendo mettere nelle camere di degenza “recipienti col fuoco con sopra dei pignatti con entro dell’aceto con delle palle di ginepro e altre erbe” e permettendo l’ingresso a una sola persona per l’assistenza. Venivano anche fatte fumigazioni con sali di manganese. I cadaveri erano portati via e venivano seppelliti senza cerimonie in chiesa e senza esequie. L’epidemia andò sparendo nelle primavera del 1818 e le necessità di isolamento e di reclusione domiciliare per evitare il contagio vennero meno. Dovette essere in quel momento che il giovane Gregorio, ritrovando la possibilità di tornare a girare tranquillo per le vie di Napoli, interruppe la redazione del suo studio dell’origine e degenerazione della Terra, dopo che il senso di oppressione psicologica gli aveva fatto dedicare più di un pensiero a quale sarebbe potuta essere la fine del mondo e dell’umanità. Del modo in cui avrebbe potuto finire il mondo e di come avrebbe potuto scomparire l’umanità avrebbe parlato in un terzo capitolo che non scrisse mai, almeno in maniera definitiva, con la sua scrittura piana e facilmente leggibile assai caratteristica, certamente non conforme a quella spesso illeggibile che si trova in alcuni scritti dell’epoca. Non sappiamo se avesse già vergato degli appunti preliminari di cui si sarebbe servito per la versione finale dello studio, e comunque non ne sono stati trovati. Forse proprio per la sua incompiutezza questo scritto giovanile venne trascurato e né l’autore né i suoi familiari ed estimatori pensarono mai di pubblicarlo, anche dopo la sua morte, lasciandolo finora inedito. Venne invece stampato, a spese dello stesso autore il saggio sugli odori, scritto nel 1837, in una circostanza analoga a quella del 1817, resa tale dalla diffusione di un’altra epidemia, di colera. De Filippis Delfico afferma, infatti, nella premessa al suo trattato sugli odori di averlo scritto “nell’infierire del temporale nella terra dove nacque” e precisando ancora meglio in una nota; “Bisognerà egli spiegare che l’autore intende del morbo che ha afflitto Napoli?” Precisava però che lo rinvigoriva la speranza che la calamità fosse “pur giunta all’invocato fine” La sua pubblicazione oggi, in un periodo di reclusione domiciliare, chiamata “lockdown”, necessitata dalla diffusione di un’altra epidemia, quella del Covid, assume un particolare significato simbolico ed emotivo, restituendo al tempo stesso a questa prima prova grafica di un intellettuale dell’Ottocento teramano una freschezza che non si è persa nel corso dei decenni, punteggiata dalle annotazioni quanto mai brevi, essenziali, quasi da appunti da sviluppare in un secondo momento, nel seguire i passi essenziali delle Sacre Scritture, dalla creazione del mondo in sette giorni al diluvio universale, considerato come un presagio di una fine futura dell’umanità, solo rimandata.
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