Cultura & Società, In rilievo

Arte. Da domenica 8 Febbraio, fino al giorno 8 Marzo 2026, la Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto (AP) ospita “Qui è ovunque”, personale dell’artista Rodrigo Blanco

Da Domenica 8 Febbraio fino al giorno 8 Marzo 2026 la Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto (AP) ospita Qui è ovunque, personale dell’artista Rodrigo Blanco, un progetto espositivo che indaga la pittura come esperienza percettiva, evento dell’essere e soglia di apparizione dell’immagine.

La mostra, curata da Rosalba Rossi e Marino Capretti, è organizzata da Endeca | Associazione Culturale ETS, con il patrocinio del Comune di San Benedetto del Tronto, e realizzata in collaborazione con la Locanda Centimetro Zero – Terzo Settore di Emidio Mandozzi e Roberta D’Emidio.

La mostra propone un percorso che invita a conoscere il lavoro dell’artista di origini latinensi attraverso una selezione di opere divise in sei cicli diversi.

La pittura di Rodrigo Blanco si colloca in un territorio raro e necessario: quello in cui l’immagine non rappresenta il mondo, ma ne interroga le condizioni di apparizione. Le opere riunite in Qui è ovunque non chiedono di essere guardate secondo una logica frontale, né di essere interpretate come oggetti compiuti; chiedono piuttosto di essere attraversate, sostate, abitate.

L’immagine non è mai pura rappresentazione, ma accadimento. Le figure emergono dallo sfondo in modo instabile, quasi miope, come presenze che si manifestano solo nel momento dello sguardo, senza mai fissarsi definitivamente in un’identità formale. Il corpo non è un oggetto da osservare, ma una soglia percettiva che mette in crisi il rapporto tradizionale tra soggetto e oggetto.

Qui è ovunque non indica un paradosso spaziale, ma una condizione ontologica: il luogo dell’opera non coincide con uno spazio definito, bensì con il manifestarsi dell’essere nel tempo dell’osservazione. Ogni dipinto diventa così un campo di apparizione in cui lo sguardo è chiamato a rallentare, a perdere centralità, a trasformarsi in esperienza sensibile e contemplativa.

La mostra sarà inaugurata Domenica 8 febbraio alle ore 17:30 presso la suggestiva sede della Palazzina Azzurra e in occasione dell’apertura, sarà presente anche l’artista Giorgia Di Girolamo, che realizzerà una performance dal vivo appositamente concepita come intervento dedicato all’opera di Rodrigo Blanco.

La performance di Giorgia Di Girolamo, dopo la forte esperienza presentata in Germogli del Possibile lo scorso Novembre, si innesta nel percorso espositivo come un gesto temporaneo e relazionale, in dialogo con la pittura e con lo spazio, ampliando il campo percettivo della mostra e trasformando l’inaugurazione in un momento esperienziale e non meramente celebrativo.

L’opening di Domenica prossima sarà accompagnato da un momento conviviale curato dalla Locanda Centimetro Zero – Terzo Settore, con una selezione di prodotti offerti dal Forno Sammarco di Antonio Cera che insieme alla Restart Immobiliare di Flavio Di Gennaro, partner dell’evento, hanno reso possibile l’iniziativa.

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Tipo di evento:
Esposizione di opere dell’artista
Rodrigo Blanco
Titolo dell’evento:
QUI È OVUNQUE
Promotore:

Endeca Agitatore Culturale ETS

Curatori:
Rosalba Rossi
Marino Capretti
Progetto grafico:
arch. Franco Mercuri
Luogo:
Palazzina Azzurra
San Benedetto del Tronto (AP)
Durata dell’esposizione:
8 Febbraio – 8 Marzo 2026
Vernissage:
Domenica 8 Febbraio ore 17:30
Orari di apertura:

Dal Mercoledì alla Domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00.

Chiuso Lunedì e Martedì
Ingresso gratuito
Patrocinio:

Comune di San Benedetto del Tronto
Evento realizzato con la collaborazione:
Locanda Centimetro Zero – Terzo Settore

Con il sostegno di:
Forno Sammarco di Antonio Cera
Restart Immobiliare di Flavio Di Gennaro

Per info:

Endeca Agitatore Cultura ETS
info@agitatoreculturale.art
347.1117254

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Rodrigo Blanco (1975 Latina), vive e lavora ad Ancona. È pittore autodidatta.
La prima mostra personale, intitolata Opere recenti, risale al 2010 ed è realizzata alla Galleria
Puccini di Ancona a cura di Giovanna Bonasegale.
È del 2012 la mostra “Umanovacuo” all’ Università degli Studi di Trieste, inserita nell’ambito della
rassegna curata da Marcello Monaldi; del 2014, la serie intitolata “Segnali residui progressivi”, a
cura di Marianna Cozzuto, allo Spazio Comel di Latina.
Sempre nel 2014 Rodrigo Blanco fonda con Marvi Maroni e Francesco Colonnelli, l’associazione
culturale Ginolimmortale con lo scopo di assemblare artisti ed intellettuali anconetani, ispirati alla
vita e all’opera di Gino De Dominicis, e così dare vita a percorsi di estetica contemporanea ed
interventi di natura interdisciplinare.
A partire dal 2018 Rodrigo Blanco sviluppa una pittura personale con cui intende condensare i
segni dell’essere partendo dalla sua intuizione, nell’istante originario e assoluto dell’apparire. Con
questo approccio prende le mosse la produzione con cui terrà le mostre “D[‘]i-stante” a cura di
Gabriele Perretta (Ancona 2018), “Duemanondue”, a cura di Milena Becci (Fano 2019), “Foresta
erotica” a cura di Gabriele Perretta (Bologna 2020), “Sottili apparenze” a cura di Carlomaria Weber
(Torino 2020).
Nel 2019 partecipa alla sezione “Stendale” all’interno del Festival Internazionale del Medialismo di
Corciano (PG), ideato e curato da Gabriele Perretta, con l’opera intitolata “Caro Shlomo quando
(ri)nasco sono felice”. Sempre assieme a Gabriele Perretta, nel 2019, realizza il libro di narrazioni
mediali e protopitture intitolato <In.finite vie di toni>.
Del 2021 sono le partecipazioni alla collettiva intitolata “Pittura Ambiente I – I nomi della pittura”
a cura di Fabio Vito Lacertosa presso il Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivara, e alla
collettiva per la riapertura del centro per l’arte contemporanea intestato al Museo del Somaro di
Gualdo Tadino (PG), a cura di Nello Teodori.
Nel 2023 al Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivara partecipa con una propria sezione
personale alla mostra intitolata “Equinozio d’autunno” a cura di Davide Paludetto, dedicata dallo
stesso al padre Franz Paludetto, gallerista visionario scomparso nel maggio dello stesso anno.
Le mostre più significative per maturità del segno appartengono all’ultimo biennio, e sono le
personali intitolate rispettivamente Tra aria e acqua alla Galleria Weber&Weber di Torino nel 2024
con testo a cura di Fabio Vito Lacertosa e Respiro umido al Centro Studi Licini di Monte Vidon
Corrado nel 2025 a cura di Marino Capretti.

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La pittura di Rodrigo Blanco si colloca in un territorio raro e necessario: quello in cui
l’immagine non rappresenta il mondo, ma ne interroga le condizioni di apparizione.
Le opere riunite in Qui è ovunque non chiedono di essere guardate secondo una logica
frontale, né di essere interpretate come oggetti compiuti; chiedono piuttosto di essere
attraversate, sostate, abitate.
In queste tele la figura non è mai un ente isolato. Essa emerge dallo sfondo come
una condensazione temporanea, come se la materia pittorica stessa, prima ancora del
soggetto, decidesse di prendere forma. Il corpo non è “davanti” allo spazio: è spazio che si
rende visibile. Lo sfondo non accoglie la figura, la genera.
Blanco lavora su una pittura volutamente miope, aptica, dove la visione perde nitidezza e
certezza per trasformarsi in esperienza sensibile e instabile. La linea si fa esitante, il
colore vibra, la figura appare come se fosse colta nel momento stesso del suo affiorare o
del suo dissolversi. In questo senso, la figurazione è attraversata da una tensione quasi
isterica: non racconta, non descrive, ma trasmette forze.
Gli sguardi che popolano queste opere non sono sguardi psicologici, né ritratti nel senso
tradizionale. Sono sguardi oranti, sospesi, contemplativi. Richiamano una genealogia
arcaica che attraversa la storia delle immagini, dalle prime figure votive fino alle forme più
radicali della modernità artistica. Non guardano qualcosa: sono nel guardare. In essi il
tempo cronologico si arresta, lasciando emergere una dimensione di attesa e di presenza
assoluta.
Questa sospensione è il luogo in cui la pittura di Blanco si avvicina a una concezione
ontologica dell’immagine. La figura appare come disvelamento: non come piena presenza,
ma come apertura, come radura. L’essere si manifesta sottraendosi, rendendosi visibile
solo nella misura in cui non si lascia possedere. Il “vuoto” che attraversa le opere non è
negazione, ma condizione di possibilità dell’apparire.
In questo senso, la pittura di Blanco si pone implicitamente contro ogni forma di nichilismo
visivo. L’immagine non nasce da una causalità tecnica o da un atto di dominio sulla
materia, ma da una rinuncia al controllo. L’artista non impone una forma: crea le condizioni
perché qualcosa accada. La pittura diventa così un gesto anti-prometeico, che sospende
l’idea moderna di potere sulla natura e restituisce all’opera una dimensione di necessità
ontologica: l’essere non può non essere.
Questa posizione trova una risonanza sorprendente anche nel pensiero scientifico
contemporaneo. Come nella fisica quantistica, ciò che appare lo fa solo nel momento
dell’osservazione; prima resta in uno stato di indeterminazione. Le figure di Blanco
sembrano esistere in una condizione di non-località: non sono qui o altrove, prima o dopo,
ma simultaneamente presenti in una pluralità di stati possibili.
Da qui il titolo della mostra: Qui è ovunque.
Non un gioco concettuale, ma una dichiarazione poetica e ontologica. Il qui dell’opera non
è uno spazio fisico, bensì un campo di relazione in cui spettatore, immagine e coscienza si
incontrano. L’ovunque non è dispersione, ma unità profonda del reale, in cui ogni
apparizione rimanda a una totalità non rappresentabile.
La pittura di Rodrigo Blanco non offre risposte. Offre condizioni di presenza.
Non chiede di essere compresa, ma di essere vissuta.
E in questa esperienza, lo sguardo smette di dominare e impara, finalmente, a restare.
Franco Mercuri

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QUI È OVUNQUE  8.2.26/8.3.26 Palazzina Azzurra
Da Blanco a Rodrigo
Un altrove dove rivolgersi non c'è, ogni punto è il centro del cerchio, ogni sguardo è
l'occhio dell'Uno che osserva se stesso. La distanza è l'illusione di chi ancora non sa che il
tutto respira nel battito del Qui.
Negli spazi della Palazzina Azzurra, luogo simbolo di confine tra le terre e l'infinito del
mare, la pittura di Rodrigo Blanco si manifesta non come semplice finestra sul mondo, ma
come perimetro Sacro in cui la realtà accade nel suo stato originario.
L'esposizione presenta un ciclo di opere pittoriche inedite che indagano la memoria e la
percezione della figura la quale emerge instabilmente dallo sfondo come una presenza
manifestata solo attraverso lo sguardo.
"Qui è ovunque" è l'invito dell’artista a varcare la soglia di uno sguardo inoggettuale, una
miopia voluta che scardina Il dualismo Tra soggetto ed oggetto per approdare a una
visione che è pura partecipazione all'essere.
Originario di Latina, Blanco porta nei suoi lavori l'eredità silenziosa delle paludi
agropontine della sua infanzia, quel paesaggio di acque ferme e orizzonti metafisici dove
la terra emerge dal fango come l'essere dal nulla. Questa memoria geografica si fonde
con il rigore del suo passato da atleta agonistico; la disciplina del corpo, la ricerca della
massima tensione prima dello stacco e l’estensione millimetrica dello spazio diventano
nella sua arte una coreografia della mente.
L'atletismo non è per Blanco esibizione, ma ascesi: un metodo per educare il segno al
superamento del limite e alla precisione del disvelamento. Il percorso espositivo, che si
apre con un intervento site specific della performer Giorgia Di Girolamo per l'opera
dell’artista, si articola come una vera e propria ascesi spirituale  e materica su due livelli
della Palazzina Azzurra.
Al piano terra l'indagine si concentra sulla densità dell'esistere. Nelle stanze si
susseguono i temi delle Ragazze e delle Attese, figure che incarnano la pazienza
dell’essere prima della manifestazione. Qui la materia pittorica si fa tattile, manifestandosi
attraverso grumi e corpi granulari. È la fisicità che resiste, la sostanza che cerca la sua
forma nel groviglio della realtà sensibile, dove la figura umana è ancora immersa nella
"palude" generatrice della vita.
Salendo al primo piano l'opera di Blanco subisce una trasformazione luminosa. È il regno
della Lichtung, radura e illuminazione heideggeriana, dove l'essenza si disvela
nell'Aletheia.
Qui l'ascesi culmina nella Promenade, un cammino di liberazione dello sguardo tra figure
che si fanno eteree come i Putti, simbolo su una spiritualità che ha trasceso il peso della
materia.
In questo spazio la pittura figurale, influenzata dalla lettura di Gilles Deleuze su Francis
Bacon, libera definitivamente la figura dall'illustrazione trasformando l'essenza della
Donna nella soglia vivente tra il visibile e l'invisibile, facendo apparire lo sguardo orante
come sostanza stessa dello sfondo.
Trovo nella poetica di Blanco che il suo pilastro è nel ritorno radicale a Parmenide sino
all'eternismo su Severino. Affermando con rigore che "l'essere è e non può non essere"
l'artista rigetta la causalità meccanicistica, rivelando il tempo cronologico come una
struttura a priori della coscienza.
Questa visione dialoga con la natura quantistica della realtà e la non località dell'uno di
Giordano Bruno, trovando spazio sino alle riflessioni di Carlo Rovelli. Il culmine di tale
percorso risiede nel passaggio da Blanco a Rodrigo: un movimento straordinario  di
semplificazione dell’artista, dove il nome proprio emerge come l'approdo all’essenza dell’io

come Uno, spogliato da pesi genealogici.
Se l'arte in quanto creazione infinita di immagini ha un compito è forse proprio questo di
mostrare un inizio che non ha altre ragioni se non il proprio iniziare, il proprio essere il
punto di origine del mondo.
Il mondo è figlio di un inizio senza padre, oltre ogni rapporto di causa effetto.
L'arte è la creazione del figlio, dell’immagine/opera che genera un cosmo, al di là di tutte le
ascendenze e discendenze.
L'arte è l'immagine visibile di un inizio assoluto e senza fine e in ogni opera la rinveniamo
qui.
In questa nostra epoca dominata dalla frammentazione digitale e da una accelerazione
che riduce l'esistenza a un flusso di immagini superficiali l'opera di Rodrigo Blanco agisce
come un dispositivo di arresto.
“Qui è ovunque” restituisce la sacralità dell’apparire, nel cui atto di resistenza metafisica ci
insegna che la verità non va cercata nell’accumulo di dati, ma nella reazione profonda tra
l'osservatore e il tutto.
Invitandoci a guardare attraverso i Grumi del piano terra fino alla Luce del primo piano,
Rodrigo Blanco ci riconnette alla nostra natura immanente, trasformando la Palazzina
Azzurra nel centro immobile su un mondo che ha smesso di correre per imparare di nuovo
ad essere.
Benvenuti nel luogo dove, medium le opere di Rodrigo Blanco, la distanza si annulla.
Benvenuti dove Qui è ovunque.

Rosalba Rossi

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“Il limite non è dove una cosa finisce, ma ciò da cui inizia la sua essenza”
Martin Heidegger,
da L’origine dell’opera d’arte, 1935.

Il Limite come Origine: “Qui è Ovunque” di Rodrigo Blanco
“Qui è ovunque” non è un semplice titolo di mostra, ma un manifesto interpretativo che dischiude
l’intero universo pittorico di Rodrigo Blanco, un artista che concepisce la memoria non come un
archivio statico di eventi cristallizzati, ma come un flusso continuo e onnipresente, una sostanza
impalpabile che permea ogni spazio, ogni forma, ogni istante della percezione e affiora. In questo
contesto, i paesaggi della memoria – quei boschi nebbiosi dove l’infanzia si dissolve in vapori
lattiginosi, quelle acque stagnanti che riflettono emozioni sopite come specchi incrinati, quegli
orizzonti marini che si perdono in un infinito crepuscolare – non sono luoghi geograficamente
circoscritti, ma dimensioni universali dove l’identità individuale si espande senza confini, si
intreccia con l’archetipico, si fa connettore delle coscienze. È proprio questa tensione verso
l’onnipresenza che il titolo evoca con magistrale semplicità: il “qui” pittorico di Blanco è
simultaneamente “ovunque”, un punto di convergenza dove particelle mnemoniche lontanissime,
ricordi separati da anni, da emozioni contrastanti, da esperienze apparentemente scollegate,
reagiscono all’istante come un’unica entità coerente, proprio come nell’entanglement quantistico le
particelle subatomiche mantengono un legame istantaneo che sfida le leggi newtoniane dello spazio
e del tempo.
Questa visione trova il suo fondamento filosofico nel péras heideggeriano, il “limite” greco antico
che non opera come barriera separatrice o confine negativo, ma come inaugurazione positiva
dell’essenza stessa delle cose: non il punto terminale dove una realtà si estingue, ma il momento
rivelatore da cui una presenza autentica prende forma e si rivela nella sua verità profonda. È questa
dinamica che Blanco trasferisce sulla tela, trasformando la pittura non in mera riproduzione
mimetica del visibile, ma in un varco atemporale e astorico attraverso cui immagini primordiali –
ispirate alla centralità sacrale dell’immagine nelle mitologie sumere, culture iniziatiche che
fondarono il loro intero cosmos espressivo sull’evocazione diretta del divino attraverso la forma –
defluiscono dal passato remoto per innestarsi nel presente come presenze vive, affioranti, andando
ben oltre la sterile citazione iconografica per instaurare un dialogo perturbante con il nostro habitat
interiore.
Rodrigo Blanco, con maestria controllata e consapevole, orchestra questa alchimia pittorica
attraverso figure evanescenti che emergono da sfondi nebbiosi e lattiginosi, velature rosa-azzurre
che dissolvono i contorni in una morbida indefinitezza, volti ieratici che sembrano non già guardare
lo spettatore, ma ascoltarlo, in un ribaltamento percettivo che si modernizza in astrazione
contemporanea. Silhouette sfocate si stagliano contro fondi verdi filamentosi o indefinibili, corpi
porosi catturati in istanti di stasi apparente, mezzi busti che presentano doppi volti dove la grafite
dissolve i confini anatomici in grafie meditative. Foreste erotiche e inviluppi di folla avvolgono
apparizioni eteree, mentre figure femminili al fiume con palme o impegnate in gesti intimi di
lavaggio dei capelli intrecciano corpi eterei in un dialogo muto tra matita, olio e tela, orientamenti
incerti che si dispiegano su superfici quadrate come mappe esistenziali sospese.
Al centro di questa poetica si colloca lo sguardo aptico di Blanco, un modo di vedere intimo, tattile,
quasi sinestetico, che Deleuze avrebbe riconosciuto nelle figure “isteriche” di Francis Bacon: entità
vibranti che non narrano storie illustrate, ma irrompono direttamente sui sensi come urti viscerali,
vibrazioni fisiche che attraversano la retina per scuotere i nervi più profondi. Qui lo sguardo non è
distacco analitico, ma prossimità carnale: riduce il caos percettivo – quel compendio impressionista

di dettagli – ai suoi ritmi plastici vitali più essenziali, distillando dalla percezione frammentaria una
struttura animata del mondo, in un’eco ideale della sintesi cicladica, le sculture minimali del III
millennio a.C. che catturano il divino in volumi puri, astrazione geometrica equilibrata capace di
prescindere da ogni dettaglio anatomico superfluo per evocare una presenza metafisica assoluta. Da
questo orizzonte sintetico affiorano contorni di figure che sembrano provenire da un futuro remoto
per occupare lo spazio razionale dello spettatore: presenze trattenute sulla soglia tra apparizione e
sparizione. Il gesto pittorico evita con cura la bellezza involontaria e decorativa, affidandosi invece
alla condensazione spontanea del linguaggio visivo, a quel momento di “avvertito abbandono” in
cui l’artista si rimette completamente al flusso imprevedibile dell’immagine nascente e ne
accompagna, più che controllare, il manifestarsi.
Le tele di Blanco si presentano come piani bidimensionali puri e assoluti, privi di qualsiasi illusione
prospettica tridimensionale o inganno rinascimentale della profondità. Sono superfici nude,
supporto essenziale che fonde figurativo e astratto senza soluzione di continuità, generando uno
sciame di relazioni libere da gerarchie o centri gravitazionali imposti. Il colore irrompe con intensità
ipnotica, rosa tenui che sfumano in azzurri eterei, verdi filamentosi intrecciati come canneti
acquatici, gialli ocra che avvolgono volti evanescenti, rivelando l’energia occulta nascosta sotto la
patina delle apparenze quotidiane. Paesaggi indefinibili celano dinamismi essenziali: personaggi
assorti, ragazze su rive nebulose che si fondono con l’orizzonte in una confluenza cromatica
ovattata. Il flusso relazionale che anima queste composizioni accende linee di continuità invisibili:
segni vaganti catturano simultaneamente la pelle superficiale delle cose e la loro anima interiore
profonda. Oggetti e figure emergono sospesi, alleggeriti dal peso fenomenico, nominati appena al
limite estremo della visibilità, elementi diafani che danzano sull’orlo del percepibile, texture
respiranti generate dal medium pittorico o grafico, inviluppi di movimento attorno a un asse
centrale che avvolgono la forma in spiraliformi rimandi. Blanco adotta un distacco strutturale dalle
cose, preferendo coglierne l’anima essenziale piuttosto che l’apparenza sensoriale; il risultato è una
visione in cui ogni entità appare fluttuante e precaria. Attraverso un uso espressivo del segno e del
colore, l’artista disarticola le forme tradizionali e deforma il quotidiano: il mondo non viene
copiato, ma “dimenticato” per poterne rivelare la sostanza nuda. Il confine tra figura e sfondo si
dissolve in un intreccio di movimenti e ritmi sensibili. L’opera diventa così un insieme di vortici
mobili, dove slittamenti cromatici e armonie filiformi guidano lo sguardo verso una purezza formale
definitiva.
Il linguaggio visivo di Blanco opera un distacco dalle cose che non è sensoriale, bensì strutturale.
Egli ne percepisce l’ossatura essenziale e la traduce in una rete di relazioni simultanee, esaltando la
natura intrinsecamente fluttuante e precaria di ogni entità. La sua pittura disarticola le composizioni
prestabilite per generare campi in bilico, dove un espressionismo segnico-cromatico trasfigura la
quotidianità: il mondo non viene riprodotto fedelmente, ma osservato per essere “dimenticato”,
estraendone così l’essenza più nuda. In questo processo, figura e sfondo si compenetrano attraverso
percorsi sinuosi fatti di ritorni, incroci e fughe improvvise, mentre l’immagine condensa vortici
mobili di relazioni profonde. Slittamenti, consonanze filiformi e sottili dissonanze convergono
verso una purezza formale assoluta. La spazialità è sostenuta da un’energia di campo che la
definisce in termini dinamici ed essenziali. La simultaneità non è un esito casuale, ma la volontà
consapevole di descrivere un universo in cui spazio e tempo si coniugano in tutte le loro
potenzialità. Si genera così una circolarità autosufficiente che accoglie in sé l’archeologia del
passato, il vissuto del presente e l’incertezza del futuro, oscillando costantemente tra rallentamenti
contemplativi. Attraverso un “caos relazionale”, l’artista distilla microcosmo e macrocosmo in una
sintesi di ordine superiore che emerge dal disordine primordiale. Il punto di vista sembra scaturire
dall’interno dell’immagine stessa per attraversarla e proiettarsi verso l’esterno, in un equilibrio dove
trasparenza e opacità convivono come qualità innate e inscindibili della visione. La formazione
dell’immagine conta infinitamente di più della forma compiuta. L’opera non è un oggetto statico in

cui l’autore si rispecchia con compiacimento, ma un cammino ininterrotto: è la vita stessa
dell’artista colta nel suo farsi. Il lavoro creativo si configura come una continua spoliazione della
realtà già nota. È un passaggio instancabile verso una dimensione sospesa, in equilibrio tra il caos
dell’indeterminatezza originaria e la precisione di un risultato essenziale. In questa ricerca, il segno
si rivela gradualmente fino a giungere “all’Annunciazione dell’Immagine” (concetto che riecheggia
il pensiero di Gino De Dominicis). Si tratta di un’apparizione improvvisa: lo svelamento dell’unico
segno possibile, un’epifania che porta con sé la forza di un’essenza pura. È una sostanza indivisibile
in cui gli opposti — tempo e spazio, vita e morte — si fondono in un unico, misterioso nodo.
Ogni quadro si rivela come luogo di sprofondamento silenzioso nell’immaginario, uno
sconfinamento meditativo che incarna il titolo della mostra: “qui è ovunque”. La fisicità
dell’immagine sulla tela non la confina ma la proietta ovunque: ogni segno, ogni velatura, ogni
cromia suggerisce presenze che si diffondono oltre i bordi, dimensioni simultanee dove lo sguardo
contempla l’infinito nel finito. Superfici ricettive rivelano questa ubiquità: il colore genera campi di
risonanza che attraversano lo spazio percettivo, coordinate visive dove ogni punto del quadro è
simultaneamente centro e periferia. L’universo linguistico di Blanco si nutre di flussi desideranti:
segni che danzano nella bidimensionalità trovando eco ovunque, incontri aperti che moltiplicano le
possibilità contemplative, pulsioni vitali che fanno del “qui” un ovunque espanso. L’opera si offre
come specchio eterno: “qui è ovunque” non è enunciazione, ma esperienza nella quale antico e
contemporaneo si fondono in rivelazione continua, ogni contemplazione riaccende l’ubiquità della
memoria e dell’essenza.

Marino Capretti

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