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Racconti: “I Silenzi di Gino” di Tonia Orlando

I SILENZI DI GINO

di Tonia Orlando

Da troppi anni aveva smesso di essere giovane, anzi, non lo era mai stato. Si era sempre sentito un vecchio e, come se nel destino ci fossero disposizioni speciali, il suo posto era sempre stato tra gli adulti, e tra questi, erano esclusi i bambini. Uno di quelli che finiscono per avvertire sulle proprie spalle tutte le responsabilità del mondo, perché chiamato soltanto a reggerne il peso.

“Un ragazzo maturo”, aveva detto la maestra di quinta elementare, di poche parole, a volte nessuna, disponibile ad aiutare gli altri, ma tardo nell’apprendere cifre, conti, lingua scritta e parlata.

Era salito su un camion, per la prima volta, quando lo zio Alfio camionista volle portarlo con sé, all’età di dieci anni, in un viaggio breve, come diceva lui e si erano fermati a pranzo in un ristorante sulla riviera, in prossimità del mare. Qui erano entrati in una sala spaziosa dove, in genere, sostavano autisti, lavoratori del tratto autostradale e quanti sfacchinavano su quellearterie intrecciate.

Erano arrivati, che era già sera,dopo aver parcheggiato il camion, rosso fiammante, nell’ampia area sterrata.

Lo zio lo aveva portato in braccio e, una volta fuori dalla motrice, preso per mano, introdotto in un mondo di soli uomini, guidatori di bisonti, che si concedevano una cena tra colleghi, per sostare e riposare qualche ora. Avrebbero ripreso i loro viaggi percorrendo lunghitragitti, durante l’intera notte, prima di arrivare a destinazione in luoghi spesso remoti, dove avrebbero scaricato all’alba la loro merce,e riprendere i loro percorsi, così, all’infinito.

Creature robuste, muscolose, tatuate, serie nel loro travagliare al quale affidavano la vita con coraggio e temerarietà. Mentre cenavano, parlavano sommessamente di lavoro, di politica, di speranze, di famiglie lasciate a casa.

Si capivano tra di loro, ognuno comprendeva l’altro in una complicità di intenti e di valutazioni, mentre serbavano in cuore le riflessioni fatte tra un boccone e l’altro, che sarebbero servite come stille preziose, delle quali fare tesoro durante il prossimo andare.

Gino osservava quegli uomini rudi che, correttamente, cenavano e comunicavano con dignità rispettandosi l’un l’altro.

Il camion dello zio Alfio caricava di tutto, dalla frutta, all’olio, dal vino, alle patate e, una volta, ma soltanto una, aveva ospitato mezzo gregge di pecore nella transumanza. Era un modello lo zio Alfio, con il suo addome prominente e quel sorriso, che avrebbe incoraggiato il più triste degli uomini, mentre saliva sulla motrice con agilità e stile, saltellando su un predellino troppo alto e troppo stretto per le sue gambe, che sentiva sotto il piede come una seconda scarpa e lo faceva con una agilità finta, per dimostrare al nipote in che modo si facesse quel mestiere, anche senza studiare.

Ora, è lui ricoverato in un letto d’ospedale.                       In un sorpasso, su un viadotto sospeso nel vuoto, è stato avventato e,pressato da quel furgone nero che non aveva voluto farlo passare, si era messo di traverso. Una brusca frenata e via, buttarsi a sinistra per ritrovarsi sulla barriera di protezione, scongiurare di finire sull’altra corsia e fare un massacro.

Rimasto privo di sensi, respirava.

Trascinato fuori dall’abitacolo, lo avevano urgentemente caricato su una barella e portato su una ambulanza, a sirene spiegate, nell’ospedale più vicino. Lo avevano fasciato dalla testa ai piedi; il colpo era stato della portata di un ordigno, mentre l’urto gli sconquassava la testa, gli spezzava braccio e  gamba, accartocciati tra le lamiere dello sportello e lo sterzo, che era mancato poco, non gli sfondasse il petto.

Aveva appena consegnato un carico di olive, cercava di proseguire nei prossimi venti chilometri e fermarsi al solito ristoro per fare la sua pausa. Ma, prima o poi, qualcosa accade, in un mestiere rischioso come il suo; soltanto un attimo e sei fuori gioco.

Tra le persone care che arrivano in quel nosocomio sperduto tra le colline, c’è lo zio Alfio, ottantenne, accompagnato dal figlio di Gino. Vuole essere il primo a visitare il nipote, perché soltanto lui conosce come si vive   su quel bisonte che ti ama, ti fa campare, ma come una giovenca imbizzarrita, arriva l’attimo in cui ti tradisce e ti ammazza.

Lo zio Alfio si siede affannato sul fianco del letto. Commosso, guarda Gino fasciato.Soltanto quegli occhi si intravedonotra le bende. “Gino”, sussurra il vecchio Alfio, “sono qui, vicino a te, riesci a sentirmi?” Ginoèvigile, muove una mano, mentre piange commosso e cerca quellatremolante del vecchio. “Non ti devi preoccupare, sei vivo, sei vivo e questo conta”, insiste Alfio.

I visitatori non possono rimanere a lungo, è l’ora dei medici e i parenti devono uscire.

Quanta umanità in transito in quei corridoi, su quegli ascensori, persone di tutte le età si avviano verso l’uscita in un flusso continuo. Raramente si riesce a sorridere in luoghi come questi. I volti di quanti passano tra le camere, sono corrugati, spenti, preoccupati e l’anima di ognuno sembra nascondersi impaurita, perché senza respiro.Persone trasognate come avessero sacchi di sabbia sul petto e respirassero a fatica.

Arriva il vassoio della cena.A Gino, due mele cotte.Il figlio, che gli rimarrà accanto, provvede a poggiargli pezzetti del frutto tra le labbra con un cucchiaio. Più tardi entrerà l’infermiera di turno per le medicazioni.

Dopo il cambio del personale, appare un giovane infermiere che, se vuoi essere rincuorato, è sempre ben disposto ad ascoltare le tue pene e prima di infilarti una flebo, si preoccupa di sapere se fa male. Una volta finito il turno, anche lui scomparirà, per essere dimenticato.Chissà quando sarà il prossimo incontro.

Il giorno dopo, Gino sarà portato in sala operatoria dove gli ricostruiranno il femore e la spalla del lato sinistro. Nei giorni successivi, lo faranno muovere e tutto sarà lento, graduale; scenderà poi da quel letto e quando lo riallungheranno, guarderà quell’angolo di cielo, nel desiderio di disfarsi di quei gessi e quelle flebo che si porta al braccio da troppi giorni.

Dal finestrone della sua stanza, la campagna dai colori vividi di un autunno che sembra esplodere nella sua gaiezza.

Mancano venti giorni a Natale.Lo aspettano ancora attimi velati di incognite. Ormai, con le dita, riesce anche a tamburellare sul tavolinetto del pranzo.

Ma Gino è lì, ad attraversare il suo dolore, che sa di pianto.

Biografia sintetica di Tonia Orlando:

Tonia Orlando vive a Lanciano (CH) dove ha insegnato Lettere in un Istituto di Scuola Superiore. Giornalista Pubblicista, coniuga eventi storici con quelli letterari. Scrive articoli su riviste e attraverso ricerche in Archivi e Biblioteche si dedica allo studio del territorio che esplora sotto l’aspetto storico, antropologico e artistico-culturale. Approdata alla poesia e alla scrittura per l’infanzia, è stata per queste insignita di significativi riconoscimenti e i suoi scritti sono presenti in numerose antologie. Le grandi biografie la appassionano e di queste riesce a ricostruire le trame più nascoste, specie se dettate da grandi temi. Si diletta di fotografia. Ha pubblicato: I racconti del vicoletto(Ed. Carabba, Lanciano 2013), Come gli aquiloni (Ed. Armando, Roma 2016), Sotto un cielo di miele(Ed. Tabulafati, Chieti, 2017), Un angioletto senza ali (Ed.Tabulafati, Chieti,2019), Il mio tempo(Ed. Tracce, Pescara 2019), Piero Gobetti, un chierico che non ha tradito,(Ed. Ianieri, Pescara, 2022), A te (Ed. Carabba, Lanciano, 2023), Matteotti, 2024 (Associazione Culturale Piero Gobetti), Dedicato a Cesare De Titta, 2024.

 

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