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Racconti: COMPARE di Tonia Orlando

Quando più tardi uscì dalla cantina, era bell’e fatto. Non ricordava neppure il suo nome. Anche la luna si era messa a camminare quella notte mentre pareva accompagnare il suo fiato fetido di vino.

Alla cantina lo vedevano spesso, due volte a settimana, per quel rosso che gli dava tono, specie quando si sentiva avvilito, con un piatto di aringhe fritte, che la za’ Teresa riempiva di sale a pugni, per farlo bere e fargli dimenticare di essere nato. Il solito cane vagabondo si era messo di traverso su quello stradone sguarnito che lo guardava fisso come volesse immobilizzarlo e dirgli di fermarsi. Assomigliavano parecchio lui e quel cane. Insieme, non sapevano dove andare; a malapena avevano un giaciglio dove poggiare il capo. Erano soli e sporchi entrambi. Aveva la testa confusa e chissà se, oltre i due occhi di un cane randagio, c’era qualcosa che lo aspettasse e riempisse l’abisso siderale che aveva nell’anima. Lui e quel cane si appartenevano e quel che riuscivano a fare, era tenersi fermi l’un l’altro in una introspezione torbida di due coscienze, sempre che il cane ne avesse una. Ma sì, il cane doveva pur averla una coscienza, molto più consistente della sua e questo lo fece sentire per un attimo irrimediabilmente solo.

Nel pensiero, si lasciò andare in un pianto disperato, mentre si afflosciava sulle gambe e con le braccia si stringeva forte il petto.

Il cane, d’improvviso, drizzò le orecchie, l’uomo di fronte a lui stava piangendo e cominciò a latrare anch’esso in uno scoramento che inconsciamente li stava unendo. La sera era tranquilla e le piccole case intorno avevano acceso i lumi nell’appuntamento di una cena frugale. Doveva tornare nel suo tugurio e a malincuore era in grado di farlo. Lungo lo stradone si aggrappò alla fontanella e bevve leccando rumorosamente l’acqua, lappando al modo di un animale. Soltanto ora si accorgeva della luna che, come il cane, sembrava andargli dietro e illuminare il suo passo malfermo.  “C’è la luna”, riuscì a dire nella meraviglia, tra sé e sé e si era messo a guardarla, quella luna, che le mancava un solo spicchio e sarebbe diventata piena perfetta. La luna riusciva sempre a conquistarlo e anche nelle sere di nuvolo e di freddo, lui la cercava con lo sguardo un po’ fanciullesco, forse perché era sempre quella, sempre la stessa, mentre lui non smetteva di invecchiare. Quel silenzio gli sembrò profondo, difficile da penetrare, da ascoltare, in un chiasso di voci che, a più sonorità, gli rimbombava nelle orecchie e gli stringeva il cuore.

Una volta davanti all’uscio di casa, estrasse la grossa chiave di ferro da una tasca della giacchetta e la infilò nella toppa per i suoi tre giri che, avulso dalla realtà, riuscì a fare, evitando lo scalino. Senza nemmeno accendere la lampadina sulla parete, si stravaccò nel giaciglio di pochi stracci e rumorosamente si addormentò.

Era giorno fatto quando Ignazio arrivò di corsa davanti alla sua porta e urlando “Compare, Compare, aprimi, è giorno da parecchio, aprimi”. “Lasciami stare” riuscì a dire Compare, “lasciami dormire”. “E invece ti stiamo aspettando alla Cava, il padrone ti ha aspettato, è preoccupato per te”. Alle grida dell’amico cominciava a rinvenire e in un leggero pensiero di commiserazione verso se stesso, si metteva a biascicare parole senza senso, prima di spalancare gli occhi grandi come quelli di un vitello, in uno stato confusionale e gridare con tutto il fiato che aveva in gola “aspetta, aspetta, che apro”.

Il povero Ignazio, dopo aver gridato dietro quella porta rattoppata, era tornato alla cava, mentre lui, davanti ad una grossa scheggia di specchio rotto provò a sbarbarsi per tornare ad essere un uomo. Aveva le farfalle in testa, ne aveva bevuto troppo di quel rosso e ora era afflitto da sensi di colpa che, come sempre, gli procuravano uno stato di ansia misto a pena e avrebbe voluto piangere. Ma non ne aveva il tempo. Lui era Compare dal giorno in cui era stato padrino di cresima del povero Ignazio, cresciuto a pane e lavoro e da quel momento, per tutti,era questo diventato il suo nome.

Alla Cava arrivò avvizzito per la corsa. Non riusciva più a parlare, la bocca gli ballava con la dentiera, sembrava sotto effetto di una sindrome che lo faceva muovere a scatti, come si stesse facendo addosso. “Ma cosa ti è successo, siediti, prendi fiato”, furono le parole del capo cantiere. Compare riuscì a poggiarsi sul masso fuori dalla cisterna, si grattavail capo, mentre continuava a respirare affannato, con gli occhi assenti che sembravano guardare il nulla.

Ma, bastò poco e l’espressione di Compare cambiò; erano arrivati due operai che gli consegnavano il quantitativo di esplosivo da innescare e dentro contenitori, il detonatore e le micce. Consapevole del suo ruolo di “fochino”, si sarebbe alzato, sarebbe entrato in Cava e avrebbe annotato le operazioni di carico e scarico dell’esplosivo. Era lui solo, il responsabile di tutta l’operazione che, con impegno e serietà, svolgeva da trent’anni. Ora, occorreva eseguire la procedura ed essere tutti molto attenti.Il capo cantiere fece in modo che ognuno dei lavoratori, prima di procedere alla manovra degli inneschi, fosse ai ripari dalla esplosione, dai gas e fumi che si sarebbero prodotti, definì le distanze di sicurezza e la verifica, perché uomini e mezzi rimanessero distanti dall’impresa. Con una tromba, veniva dato il via alla delicatissima azione, perché gli operai fossero tutti al riparo. Successivamente, il secondo segnale, qualche attimo prima di dar luogo all’accensione delle mine e l’opera sarebbe stata eseguita.

Compare era là, fermo, a governare tutto il da farsi; non tremava più, era rientrato nel ruolo di Fochino,il titolo che gli era stato assegnato dalla Prefettura, quel mestiere antico che soltanto lui conosceva da tre generazioni.

Tutto era pronto, il momento era unico, gli operai allontanati dal luogo dello scoppio. Soltanto compare rimaneva lì, con le orecchie protette, fermo al suo posto, nell’intreccio di quei materiali che soltanto lui conosceva e sapeva far funzionare. Il boato fu terribile e lui si era perso in una girandola di emozioni, che, come coriandoli, della inconsistenza di fuochi fatui, avevano ancora colorato quel mattino troppo azzurro. Forse stava esagerando, ma i suoi occhi non riuscivano ad allontanarsi dalle scorie che rimanevano in quella spianata e avevano disegnato immagini labili che lo avevano esaltato.Ancora una volta, l’operazione era riuscita e lui ne sarebbe stato l’eroe.

 

Biografia sintetica:

Tonia Orlando vive a Lanciano (CH) dove ha insegnato Lettere in un Istituto di Scuola Superiore. Giornalista Pubblicista, coniuga eventi storici con quelli letterari. Scrive articoli su riviste e attraverso ricerche in Archivi e Biblioteche si dedica allo studio del territorio che esplora sotto l’aspetto storico, antropologico e artistico-culturale. Approdata alla poesia e alla scrittura per l’infanzia, è stata per queste insignita di significativi riconoscimenti e i suoi scritti sono presenti in numerose antologie. Le grandi biografie la appassionano e di queste riesce a ricostruire le trame più nascoste, specie se dettate da grandi temi. Si diletta di fotografia. Ha pubblicato: I racconti del vicoletto(Ed. Carabba, Lanciano 2013), Come gli aquiloni (Ed. Armando, Roma 2016), Sotto un cielo di miele(Ed. Tabulafati, Chieti, 2017), Un angioletto senza ali (Ed.Tabulafati, Chieti,2019), Il mio tempo(Ed. Tracce, Pescara 2019), Piero Gobetti, un chierico che non ha tradito,(Ed. Ianieri, Pescara, 2022), A te (Ed. Carabba, Lanciano, 2023), Matteotti, 2024 (Associazione Culturale Piero Gobetti), Dedicato a Cesare De Titta, 2024.
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