GIULIANOVA. LA DONAZIONE INSPIEGABILE

16 Maggio 2021 20:210 commentiViews: 22
di Ottavio Di Stanislao*
Il torrione dell’angolo nord-ovest, chiamato la Rocca, nel 1595 venne donato dal duca Alberto ad un suo vassallo, Antonio Lucque di Campli per i servizi resi e per la fedeltà dimostrata.
“Albertus de Acquaviva de Aragonia Dux Hadrie Deciemus et Terami Princeps. Mag.co Antonio Lucque della terra di Campli nostro carissimo i continui serviggi che da molti anni havemo da voi con molta soddisfazione ricevuto (…) ci inducono ad usarvi ogni ufficio di gratitudine, e però avendo con nostro contento inteso che siete per fare abitazione nella nostra Terra di Giulianova (…) havemo pensato donarvi, (…) a voi e vostri successori in perpetuo il nostro torrione detto la Rocca (…) con terreno adiacente (…) nel quale possiate fabbricare a vostro modo ed appoggiare alle muraglie di detta nostra Terra …”.
Tale documento fu esibito nel 1789 in una causa civile (Fondo Regia Udienza Processi Civili dell’Archivio di Stato di Teramo) sostenuta dal notaio Melchiorre De Panicis di Mosciano, abitante in Giulianova proprio nel suddetto torrione e nei locali adiacenti, per confutare l’accusa di averlo usurpato all’università. L’intento del convenuto era dimostrare che tale struttura era entrata nella disponibilità dei privati da circa due secoli, come era avvenuto anche per il torrione di S. Francesco inglobato nell’omonimo convento.

Torrione della Rocca

Torrione della Rocca. Collezione Jonata Di Pietro

Torre del Salinello

La donazione del duca Alberto appare però incongruente da molti punti di vista. Nel momento in cui il signore feudale donava ad un privato cittadino un immobile nato come struttura di difesa della città verrebbe da pensare che evidentemente tale funzione era da ritenersi assolutamente superata. Ma, come documentato da Riccardo Cerulli, nel 1576 il capitano Brancadoro, incaricato proprio da Alberto Acquaviva responsabile della difesa della costa adriatica dal Tronto al Pescara, era stato a Giulianova in ricognizione per ordinare i lavori necessari per tenere in efficienza la cinta muraria. Ciò perché la seconda metà del ‘500 fu caratterizzata dal timore delle incursioni turche e barbaresche, tanto da indurre l’amministrazione vicereale a costruire torri costiere di avvistamento in prossimità delle foci dei fiumi. Furono realizzate nel 1568 lungo tutto il litorale e due di queste a Giulianova, sul Tordino e in prossimità del Salinello. Sempre dal codice cinqucentesco studiato da Cerulli apprendiamo che “i torrioni e le mura erano popolate dalli homini deputati alla guardia de le porte”. Una testimonianza del 1700 ci fa sapere che di notte le tre porte venivano chiuse e le chiavi erano tenute dal governatore, mentre da aprile ad ottobre si faceva la guardia sia alle porte che per le vie della città “per sospetto di turchi”. Da un’altra testimonianza della fine del ‘700 apprendiamo che proprio sul torrione della Rocca, punto più alto della città, nei momenti in cui si temeva potessero avvenire sbarchi di pirati, i cittadini organizzavano turni di sentinella. Le incursioni di pirati barbareschi, provenienti dalle coste settentrionali dell’Africa, genericamente chiamati “turchi”, costituirono un pericolo per le popolazioni rivierasche fino ai primi decenni dell’ottocento. Per tale motivo si sorvegliava il mare e se si avvistavano legni sospetti che si avvicinavano alla riva si dava l’allarme e si correva in spiaggia con le armi da fuoco per impedire lo sbarco. Particolarmente temuta era la possibilità di essere catturati dai pirati e ridotti in schiavitù, eventualità tutt’altro che remota. In uno “stato della scuola primaria del comune di Giulia” del 1809, nella colonna dove era indicata la condizione dei genitori degli scolari, accanto al nome di Alessandro Palestini, figlio di Pietro e Maria Grazia, si trova l’annotazione che lo stesso genitore era “schiavo in Tunisi”.
Per tale motivo, alla fine del ‘700, appariva incoerente e presumibilmente illegittimo il possesso di un bastione da parte di un privato tanto da dare adito al processo riferito. Il contesto descritto e documentato, caratterizzato dalla “paura dei turchi”, che aveva avuto il suo punto più critico proprio nella seconda metà del ‘500, quando le strutture difensive non solo vengono controllate nella loro efficienza, ma se ne costruiscono di nuove, porta a ritenere inspiegabile la donazione del bastione da parte da parte del duca Alberto. Si può però ipotizzare che il signore feudale, a corto di finanze come spesso accadeva anche agli Acquaviva, dovendo compensare il Lucque, abbia esercitato il suo potere insindacabile donando l’immobile, che era nella sua disponibilità, anche se aveva un valore strategico per la difesa della città. Si può anche ipotizzare che “…i continui serviggi che da molti anni havemo da voi con molta soddisfazione ricevuto…”, fossero servizi militari cui i grandi feudatari erano particolarmente sensibili perché disporre di una propria milizia conferiva autorevolezza e potere politico.
Due immagini della Rocca, la seconda dalla collezione di Jonata Di Piero e una foto della torre sul Salinello degli anni’50.
*direttore dell’Archivio di Stato di Teramo
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