Ascoli Piceno. Presentazione dell’ultima fatica editoriale di Antonio Lera: “La Mia Via” e “Caffè Letterario” (Edizioni Flavius Pompei)

2 giugno 2017 17:180 commentiViews: 29

Presentazione libri

La Rinascita di Ascoli Piceno presenta il 3 Giugno 2017 alle ore 18, di nuovo lo scrittore ANTONIO LERA con le sue ultime fatiche letterarie “La Mia Via” e “Caffè Letterario” (Edizioni Flavius Pompei). I suoi libri sono viaggi alla scoperta degli angoli più segreti ed interessanti della fantasia che definiscono l’identità artistica dell’Autore nel mondo artistico dei Caffè Letterari di San Benedetto del Tronto, Roma e Firenze (Giubbe Rosse) ed del Festival di Spoleto. L’autore va a  colpire in alto nello spirito del CAFFE’ LETTERARIO di San Benedetto del Tronto, sua creatura sorta sulla scorta del Movimento o Circolo dei Poeti e degli Artisti Benedetti nel 2010, ed istituito formalmente presso il Caffè Florian di San Benedetto del Tronto (6° Caffè d’Italia per importanza riconosciutagli dalle critiche nazionali del settore), con Amanti della Cultura raggruppati nell’Associazione Onlus AGAPE (amore del bene comune nel rispetto delle diversità), ed Artisti in Vetrina, una prospettiva tesa ad espressioni emozionali autentiche, trasparenti, invitanti. Nelle precedenti presentazioni, hanno dialogato con l’Autore una serie di personaggi del mondo della cultura e del giornalismo italiano, tra cui: Anadela Serra Visconti, Emanuela Del Zompo, Claudia Bernardini, Katia Salvatori, Simona Marinangeli, Angelo Sagnelli, Ilaria Guidantoni, Aurora D’Errico, Gabriella Giancarlo, Caterina Boccardi, Sonia Planamente, Daniela DiaferioMichela Signoracci, Gisella Peana, Marilu De NicolaGrazie al suo lavoro artistico, ANTONIO LERA incontra i personaggi che animano lo scenario culturale del nostro tempo: ANGELO SAGNELLI, curatore del Caffè Greco di Roma ed autore della Prefazione: Quando ho chiuso questa silloge ho immaginato Antonio nella sua stanza prima di addormentarsi. E ho posto sulla parete bianca che gli stava di fronte un quadro di un pittore importante raffigurante un paesaggio con una moltitudine di persone che percorrevano un lungo viale. Ma all’improvviso  si è aperta la volta di quella stanza, e tutto l’universo è apparso della sua luminosità, ed io ho comparato la staticità di un quadro alla dinamica affascinante dell’universo; JACOPO CHIOSTRI, ANITA TOSI e NINO SENFETT curatori delle Giubbe Rosse di Firenze; NATALE FINOCCHIARO, Scrittore: L’amore terreno non raggiungibile, le passioni deluse, le speranze vane, temi cari nelle sue passate raccolte, sono ormai superati… Anche quando canta l’amore per la sua donna,  Lera sembra rivolgersi più alla sua anima che ad una figura femminile… La felicità vagheggiata è  a portata di mano, non più sogno impossibile da raggiungere, è dentro di noi, è ricerca dell’Assoluto pur nei gesti semplici “ ogni volta che abbracci qualcuno abbracci te stesso”; SILVIO VENIERI: Quali sono stati i caffè letterari più noti in Italia? Le Giubbe Rosse di Firenze, frequentato da Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Elio Vittorini. A Venezia, il Caffè Florian, ai cui tavoli sedeva John Ruskin, mentre Ernest Hemingway  frequentava l’Harry’s Bar. Il Caffè Torino, amato da Cesare Pavese e Giulio Einaudi. Il Caffè San Marco di Trieste meta di Claudio Magris. Antonio Lera lanciando i temi oggetto di approfondimento, originando spunti di riflessione, coordinando gli interventi dei presenti, funge da moderatore del cenacolo, così svolgendo una funzione maieutica; SIMONA ARRIGONI, Giornalista e Scrittrice: Antonio ci conduce. verso dopo verso, nel silenzio vibrante delle sue parole, ci innalziamo in una dimensione superiore, dove riusciamo ad osservare la realtà per quella che è, liberi dalle sovrastrutture che ci ingannano e ci ingabbiano. E’ “Vicino al cuore” che scopriamo la bellezza di un sentimento, di una mano che ti sfiora, del vento che accarezza la pelle, della natura che ci sveglia, ci da la buonanotte, ci accompagna in ogni momento della nostra vita racchiudendo il segreto di questo nostro cammino di luce; LUCA FILIPPONI Direttore artistico del Festival di Spoleto, autore dell’Introduzione del libro, che coglie in Antonio Lera la sensibilità artistica non come parola vuota o retorica, ma piuttosto orientamento decisivo ad una comprensione critica della realtà, ad una formazione integrale della persona indirizzata alla ricerca conoscitiva ed alla piena consapevolezza del bello e delle sue espressioni.

Ecco il suo intervento nel dibattito LA PAROLA COME CURA ovvero LA CURA DELLA PAROLA del 6 Maggio a Roma: “Nello scrivere il mio Libro CAFFÈ LETTERARIO (L’Idea dell’amore) e nel progettare il prossimo libro VINTAGE (La parola come cura ovvero la cura della parola), ho pensato molto a quale fosse la mia idea dell’amore. Mi sono detto che l’idea dell’amore a me libera la mente da ogni altra idea, pasteggia con gli entusiasmi del cuore e a volte arriva a incontrare il vero me stesso. al perché io scriva e continui a scrivere, nonostante credo di non incidere particolarmente in termini di utilità sociale. Il mio lavoro di Psicoterapeuta, di cui non nascondo il desiderio recondito di una qualche valenza salvifica, mi porta a pensare che in questi tempi moderni, occorra un linguaggio che ristrutturi, dia senso e in fin dei conti faccia star bene. Il mio linguaggio poetico, si muove tra sinestesie (accostamenti di termini che appartengono a sfere sensoriali diverse) e similitudini, ossia il creare associazioni di idee attraverso l’uso del come. La mia poesia tenta di operare una plasticità affettiva prima ancora che cognitiva, capace di arrivare ad un nuovo incontro con il lettore attraverso specchi condivisi di pulsioni, fantasie, sogni, relazioni). E le parole che impiego, mai a caso, le getto sul bianco esistenziale per attivare possibilità e restituire l’idea di esistenza creativa e libera, nello sfondo reale in cui avviene l’accettazione del mezzo pieno/mezzo vuoto, del bello/brutto, del si/no. La parola per me rappresenta l’area del gioco dove l’io bambino si fa adulto e cresce in consapevolezza consentendo la creatività, intesa come colore esistenziale impegnato, in veste d’onnipotenza, a mantenere nel tempo, qualcosa che si pensa essere appannaggio solo dell’esperienza infantile: la magia in cui l’io crea il mondo a sua immagine e somiglianza. La parola dunque strumento per riuscire ad immettere soggettività nel mondo e ricrearlo senza perdere il rapporto tra il mondo interno degli affetti e dei desideri e la realtà esterna condivisa. Tutto il mio lavoro poetico, durante il gioco simbolico tratta con cura le cose del mondo e le trasforma magicamente permeandole di una soggettività fatta di calore ed intimità, mai sfociante in alienazione ed illusione, all’opposto di chi in modo iper-oggettivo realizza un ”Falso Sé” potendo avere con il reale solo rapporto imitativi, per cui la vita è solo teatro di accadimenti privi di risonanza interiore; costoro vivono la professione esistenziale di giornalisti immersi nella mera oggettività e del loro raccontarsi e raccontare una vita solo cronaca di fatti e li riconosci ai Caffè Letterari perché chiedono sempre la parola per farne scempio. Col tempo il mio linguaggio, partito da una complessità ed una ricerca del particolare, ha sentito l’esigenza della semplificazione, per poter veicolarsi ai più, sperimentando comunque il piacere della scrittura. La vera necessità attuale è infatti quella della condivisione  che permetta al gioco simbolico di venire alla luce per raggiungere la sensazione d’essere vivi attraverso la relazione. È questo, dunque il compito del poeta. Come poeta abito in spazi e tempi concreti in cerca d’efficacia comunicativa, di valori assoluti e amo dar vita agli oggetti senza smettere di provare passione per i Soggetti all’interno delle galassie relazionali; mi appassiona la possibilità di usare parole che possano avere un significato speciale fino ad aumentare l’ illuminazione quando il  simbolico si trova in penombra, o a ridurla quando il simbolico improvvisamente s’accende. Scrivo dunque attraverso il simbolo anche se so che il simbolo rimanda ad un’assenza e scrivo pure attraverso similitudini e sinestesie che al contrario rimandano ad una presenza, seppur diversa. Ed è questa diversità nella presenza che diviene risorsa, bagaglio, carrozza di viaggio. Mentre l’assenza custodisce dentro di sé l’intima presenza poetica, divenendo cosi ossimoro fulgido in cui la parola e lo spazio vuoto dettano legge linguisticamente parlando. La parola in poesia propone accostamenti, collegamenti, percezioni e rappresentazioni del reale, attraverso un linguaggio intriso di sensorialità con valenze narrative e comunicative, per una apertura verso una scena più ampia che è quella che ogni persona tenta di dire, meravigliandosi di realizzare il “vero sé”, attraverso la relazione d’amore/libertà. C’è una persona speciale tra tutte le persone speciali che “conosco con amore” che adesso mi direbbe: “di la verità!”. In realtà dopo aver a lungo scritto per me stesso ora vorrei tanto essere arrivato a scrivere in modo utile; insomma buttar giù insieme parole che servano anche agli altri che possano far star meglio, perché sono sicuro di non poter star bene da solo. Non esiste o perlomeno io non lo vedo, un modo di essere felice senza considerare come si sentano gli altri. Il mio dovere è essere felice in modo contagioso, quasi come fossi un vento speciale venuto a portar via le cose che non vanno e imbroccare una via che suggerisca la scelta di voler(si) bene.”

 

Ha voluto accanto in questa presentazione del 3 Giugno un grande Poeta Italo argentino. E camminando canterò fin quando avrò fiato in gola, sembra voler dire Carlos Sánchez, nel ultimo libro di poesie ‘Continuerò a cantare’.  il poeta fa più spesso riferimento nei suoi versi che hanno il peso della leggerezza intrisa degli umori del tempo, che ha come attinenza la scioltezza del momento, l’effimera agiatezza della consolazione, “..il calcolo dei giorni è inesorabile”. La sua carriera di professore di lettere ci dice ch’egli è uomo di grande esperienza comunicativa e comunitaria che tuttavia, non ostenta nel parlare né nello scrivere, mantenendosi dentro una linearità affatto artificiosa che ‘dice quel che dice’ con la semplicità e l’uso del lessico comune, quasi pedestre, “in questo meraviglioso quotidiano”. Libertà non è una parola presa a caso per chi arriva da paesi che in passato hanno conosciuto le guerre e l’oppressione del potere, e non è neppure l’esternazione di un dolore ormai cessato che il poeta riversa nelle pagine di questo e dei suoi altri libri di poesia. Direi piuttosto, usando le sue stesse parole “..che certi spazi sono rimasti vuoti”, in quanto reiterati o, per così dire, ricompensati dalla serenità successivamente acquisita, “..Sarà che mi sono distratto oltremisura nell’aggiustare l’equilibrio nel suo contenitore; sarà che ho scelto solo una stanza buia dove sviluppare le mie fondamenta di vita” … Le poesie, scritte in origine in spagnolo, sono state poi tradotte in italiano dallo stesso autore. Una raccolta di poesie composta nel silenzio e nella riflessione – nota Adele Desideri – ricca di vigore, colori, umbratili epicità, utopiche solarità: suggerisce malinconia e saggezza, dubbi, rammarichi e, qualche volta, minime certezze”. La quotidianità è il mio alimento. I poeti non devono volare: devono camminare per questa terra sommessa. Capire anche l’allegria e il dolore d’essere parte di questa società imperfetta, ingiusta è parte di questo mondo. Scrivo sulle cose che mi succedono, che vedo, nel luogo che vivo, nel paese che vivo, nella realtà che respiro. La realtà è più ricca che qualsiasi immaginazione. Anche, se ogni tanto, volano nella mia poesia, uccelli, amori, dubbi, desideri di un mondo migliore.  Il tempo non esiste se si vive ogni momento con pienezza. La memoria non può essere un pesante fardello, se sei in pace con te stesso.  La memoria è forza, come direbbe Kavafis, tutto quello che hai acquisito nel cammino

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