Storie fantastiche dal cratere aquilano L’Altro

17 Novembre 2015 00:350 commentiViews: 7

 

 

– Vediamo se riassumo correttamente quanto mi state dicendo.

Voi due, convivete; avete una figlia, e abitate in una casa in affitto. Al momento attuale, nessuno dei due ha un lavoro stabile, ma volete rilevare una licenza per gestire un negozio di alimentari a Monticchio, più o meno nei pressi della ex multisala Garden. E per far questo, vi occorrono circa quindicimila euro di prestito, che, insieme alla vostra liquidità, vi consentirebbero di rilevare tutta l’attività.

E’ giusto?

Sergio, finì di parlare, fece un piccolo sospiro e guardò dinanzi a sé i suoi due interlocutori, Michela e Raffaele; congiunse e intrecciò le mani, avvicinandole alla bocca, mentre spingeva indietro le spalle, verso lo schienale della poltrona, dietro la scrivania. Michela notò il cinturino di cuoio, dell’orologio di Sergio, che sporgeva di poco sul polso libero dalla camicia, lasciata con i polsini slacciati, sotto la giacca a quadri, di taglio inglese. La cassa dell’orologio d’acciaio brillò leggermente, mentre Sergio ruotava piano il volto, verso Michela prima, verso Raffaele poi.

– Noi ci siamo rivolti alla sua banca, perché, da tempo, siamo correntisti. Da quando aveva appena aperto in piazza della Fontana Luminosa, e ora c’è rimasto solo il palazzo sfregiato dal terremoto, mentre, quello di fronte, palazzo gemello, già è quasi a posto – a proposito, quando partite con i lavori di ristrutturazione? – Ci siamo sempre comportati correttamente. Non siamo mai andati in rosso… Noi.

– La direzione sta valutando le opportunità immobiliari nella nostra città e il corretto posizionamento delle filiali in relazione al mercato, e poi provvederà certamente a ristrutturare le sedi di proprietà che rispondano al suo nuovo assetto strategico. Ma, per tornare a noi, io vi comprendo, e però… i vostri genitori sono disposti ad avallare il prestito che la banca vi farà?

– Guardi… noi purtroppo non abbiamo più i nostri genitori…-

– Mi dispiace, e vi chiedo davvero scusa della domanda. Sono costretto però, a questo punto, a chiedervi su quali garanzie, reali, la banca potrebbe fare affidamento, in caso di una vostra malaugurata inadempienza…-

Michela s’affrettò a rispondere, alzando, dapprima, il tono della voce, e, abbassandolo subito, appena accortasi del suo scatto:

– Ascolti, il negozio di cui stiamo parlando, ha una storia. Un avviamento sicuro. Si trova in una posizione strategica di passaggio, oltre ad essere frequentato, da sempre, da tutti gli abitanti di Monticchio, visto che è l’unico alimentari cui si può andare senza prendere l’automobile. Noi il prestito ve lo restituiremo certamente. –

Lo disse tutto d’un fiato Michela, guardando Sergio dritto negli occhi. Sergio ricambiò lo sguardo, e Michela senti i suoi occhi bruciargli sulle labbra. Abbassò gli occhi un istante, e vide lo smalto delle unghie delle sue mani, scrostato, in alcuni punti, come i segni che lasciano i passi su una terra da poco bagnata dalla pioggia, e subito seccata da un vento caldo. Tirò istintivamente indietro le dita, poggiandole sulle gambe, sotto l’orlo della gonna, che tirava in giù, spingendola verso le ginocchia. Coprendosi da quello sguardo.

Michela sapeva d’essere bella.

Sapeva il suo seno morbido, e ampio. Dolcissimo, come un miele selvaggio, profumato di sciami di fiori. Sapeva i suoi capelli corti, ricci, folti, che inondavano le labbra sempre sorridenti, di un nero fulvo, e luminoso, quasi violento, nel contrasto con la pelle di latte e gli occhi dorati, accesi. Sapeva i suoi fianchi. Archi tesi, che la freccia dritta delle gambe lanciava al cielo ad ogni passo, leggero. Come un mormorio di foglie di bosco. Ma subito, rialzò lo sguardo, dritto negli occhi di Sergio. Fiera.

Mentre Raffaele guardava altrove, incerto, verso un quadro sulla parete, Sergio, sostenne, lo sguardo di Michela. E lo ricambiò, come un respiro correndo insieme. Sergio aggiustò con un gesto veloce il collo della camicia, e le rispose, con la voce roca, dapprima, appannata dall’emozione, e poi più sicura, impostata. Consapevole del proprio ruolo di Vicedirettore della filiale.

– Il suo ragionamento, signora, è del tutto comprensibile.

Ma la nostra banca deve soddisfare degli standard precisi, per quanto attiene i prestiti per l’apertura di aziende start up, sia pure di carattere commerciale. Noi possiamo concedervi il prestito, solo a condizione di poter disporre di garanzie reali. Una vostra abitazione di proprietà sarebbe stata perfetta, allo scopo. Viceversa, non potremmo accettare la sola copertura del bene che vi proponete di acquistare col nostro prestito, che, comunque, a sua volta andrebbe ipotecato in nostro vantaggio. Al momento di contrattualizzare la vostra richiesta.

Il credito facile, in tempi passati, ha molto penalizzato la nostra banca, come dovreste ben sapere, visto che ci fate l’onore di essere nostri correntisti da tempo. Oggi, è per noi essenziale creare valore per i nostri azionisti. E non possiamo permetterci alcun errore. O sottovalutazione del rischio. Con questo, non voglio chiudervi la porta in faccia: se potrete trovare un qualche vostro parente o conoscente disponibile ad avallare il prestito, noi siamo qui pronti per voi, alle migliori condizioni di mercato. Non dovrebbe essere difficile, vista la fiducia che riponete nel vostro investimento, convincere chi vi è più vicino a darvi una mano. –

E si alzò, Sergio; Michela lo vide imponente, dietro la scrivania. Alto oltre un metro e ottanta, col suo fisico da nuotatore giovane, sorridente, e le porse la mano. Gliela strinse, indugiando, con la mano di lei nella sua. Fin quando si scosse, come se la mano di lei fosse divenuta rovente, e porse la mano anche a Raffaele. Salutandolo.

– A presto… mi raccomando! –

Sergio li vide uscire dal proprio ufficio. Girati di spalle. E poté guardare così Michela anche da dietro. E ne valutò le gambe; gli apparvero grandi, più di quanto avrebbe voluto. Pensò che, però, aggiungevano un gusto antico, quasi contadino, alla figura piena e armoniosa di lei. Restò fermo, a guardare la porta che si chiudeva. Appena sentì lo scatto della serratura, come se finalmente nessuno lo potesse più scoprire, cercò subito con gli occhi, sulla sedia che lei aveva lasciato, i resti dell’impronta del suo corpo seduto.

Si alzò allora, e girò intorno alla scrivania. Poggiò una mano sul sedile da cui lei si era appena alzata. Ne avvertì il calore del corpo sulle dita. Come un fiume potente che entra con tutta la sua acqua nel mare. Una sensazione violenta. Rialzò subito lo sguardo, guardandosi intorno, nell’ufficio vuoto, arrossendo leggermente. Passarono due giorni, durante i quali Sergio guardò spesso, sul suo computer, il numero di cellulare di Michela, nella scheda anagrafica preliminare, aperta nel proprio archivio dei contatti, per il colloquio che avevano avuto.

Tante volte, col proprio telefono in mano, stava per inviarle un messaggio. Fermandosi, poi. Intimorito da tutti i pensieri che, immaginava, lei potesse fare in risposta a quel suo gesto. Preoccupato, che, qualunque cosa avesse potuto scrivere, lei percepisse esclusivamente l’invasione, che quel suo messaggio poteva significare: l’uso per ragioni private, di informazioni che erano proprie invece del suo lavoro, e che non avrebbero dovuto appartenergli, come persona.

Eppure, il pensiero di Michela era sempre presente negli occhi di Sergio. Che, ne guardava il profilo del corpo, sospeso nell’aria del suo ufficio, piena ancora di lei. Quel mattino, il terzo giorno dopo il loro primo incontro, Sergio si recò nel piccolo bar, alle spalle della banca, nello stesso isolato. Il mozzicone dell’antico acquedotto medievale aveva ai suoi piedi tutti i mattoncini di terracotta crollati col sisma, polverosi, mischiati a cartacce e bottiglie di plastica. Lo spazio delimitato da una transenna, affollato di automobili parcheggiate. E dal rumore del mattino scolastico d’ottobre, su, verso Colle Sapone. E fu lì, appena girato l’angolo, che vide Michela.

– Signora… che piacere… posso offrirle un caffè? –

Michela stentò, per un attimo, a riconoscere in Sergio l’uomo che, negli ultimi due giorni, s’era sentita addosso. E s’accorse in quel momento del profumo del pane, che veniva dal forno, dall’altro lato della strada, capace di vincere l’odore freddo del mattino e dei gas di scarico del traffico. Come se la presenza di Sergio illuminasse improvvisamente i lati belli del giorno.

– Grazie… sì…-

Rispose, incerta. Timorosa di scoprirsi sola con lui. Ne sentiva accanto il fruscio leggero dell’impermeabile, e guardava i passi delle sue scarpe di cuoio, impunturate. Decisi, verso il bar, ma mai distanti da lei, attenti a non perdere il contatto dal suo fianco, sul marciapiede, che si restringeva, sconnesso e sbrillentato, ignorato dai lavori di ristrutturazione dei palazzi intorno.

Sergio, le aprì la porta, e la fece entrare, sfiorandole con la mano la schiena. Michela trattenne, quel breve contatto. Sentendone il sapore, di onda che tornava, e che voleva fermare nelle mani. Gli occhi le brillavano, mentre lui ordinava due caffè. Nessun altro era nel bar. Sergio si voltò a guardarla, mentre il barista pressava la polvere di caffè nel filtro.

Le sorrise.

Michela rispose, a quel sorriso. Fu come se il sangue affluisse tutto sulle sue labbra, di porpora. E chinò lo sguardo, ma senza staccare gli occhi dai suoi. Michela guardava Sergio. La cravatta blu scuro, con leggerissime linee bianche intrecciate, che pendeva sulla camicia celeste sporco. La cintura di cuoio nero, che sottolineava la vita sottile, e il ventre, piatto. Muscoloso. Quasi non ne ascoltava le parole. Seguiva i gesti delle sue mani, magre, contornate da una leggerissima peluria scura sul margine esterno, come se fossero le scie luminose di un giocoliere che con le sue fiaccole illuminava la notte.

E c’era sempre meno spazio, tra loro. Il sapore del caffè, caldo in bocca, e le parole di Sergio, e i suoi occhi che la guardavano, senza mai cercare altrove, fecero pian piano scomparire, il piccolo bar. Michela sentiva le sue gambe cedere, piano, come per un passo perduto, immaginato e non fatto.

– Venga nel mio ufficio, magari mi racconta come procede la vostra ricerca… se ci sono novità…-

Michela sapeva che non avrebbe potuto raccontargli nessuna novità, ma lo seguì, ripassando davanti al Torrione. Le persone che attendevano, fuori dalla banca, l’arrivo dell’orario di apertura, si scansarono, mentre Sergio, senza guardare nessuno, apriva con le proprie chiavi, la porta della filiale, e faceva entrare, prima di lui, Michela, chiedendo poi la porta, in attesa che scorresse ancora il quarto d’ora necessario all’orario d’avvio del lavoro.

La sala della banca odorava di carta e inchiostro, e neon, cupa, quasi senza luce al piano terra del palazzo. Sergio salutò un impiegato che guardava lo schermo del proprio computer, e, ad un altro, chiese di non essere disturbato per una mezzora, perché avrebbe dovuto discutere con una cliente. Aprì la porta del proprio ufficio, lasciò entrare Michela, e chiuse. A chiave.

– Sei mia prigioniera…-

Si avvicinò a lei, lentamente, mentre lei indietreggiava, guardandolo. Finché Michela non sentì il bordo della scrivania poggiarsi sulla parte alta delle sue gambe. Fu in quel momento che Sergio alzò la mano, e percorse con le dita il contorno dei suoi occhi, e poi gli zigomi, e la piccolissima piega al fianco delle labbra, in silenzio. Con una carezza che era il tentativo di disegnare un sogno. E le dita della mano seguivano le vene del collo, ascoltando la musica del suo cuore, fino ad entrare dentro il colletto della camicia, dove s’aprivano le spalle.

La tirò a sé, e, insieme, si spostò verso di lei, che oscillò sulla scrivania, e s’aggrappò a lui, un attimo prima di perdere l’equilibrio. E la baciò. Profondamente, senza respirare. Rubandole l’aria dalle labbra. Sergio sentiva un tuono profondo nelle vene, che gli faceva vibrare il sangue. E chiuse gli occhi. Mentre le sue mani cercavano quelle di lei, e le stringevano, forte. Fino a non distinguere più i confini delle dita. Michela si staccò per prima, guardandosi intorno, senza riconoscere nulla. Solo la ricchezza degli arredi, e l’ombra delle piante sul pavimento. Sergio la guardava.

– Ho bisogno di te, da prima di vederti.

Da prima che iniziasse il giorno del primo giorno che ti ho visto. Ho bisogno di sentirti su di me, sulla mia pelle. Ho bisogno di perdere cognizione del tempo dentro le tue labbra. E dentro di te… Michela smise di ascoltarlo. E lo abbracciò, nascondendo il volto nel suo petto. Come a cercare rifugio. Come per entrare dentro un mondo che immaginava, senza aver mai osato avvicinarsi.

– Ascolta.. – Le disse Sergio.

Domani mattina prenderò un giorno di ferie. Vediamoci al parcheggio della stazione di Paganica. Verso le nove. Ti passo a prendere, e troviamo un posto, dove stare insieme, soli, tu ed io…-

Michela annuì. Poi, si voltò verso la porta dell’ufficio, girò la chiave nella serratura, ed uscì. Sentendosi nuda, dinanzi a tutti i clienti ormai entrati in banca, in fila, dietro le casse. Sergio, dovette sedersi. Sentì che il respiro era diventato troppo veloce per contenere aria, e accettare l’emozione. Si sentiva come sprofondare dentro il buio. Come se quei baci, in realtà, l’avessero straziato, di desiderio inesausto e tremante. Congiunse le mani, e le strinse, con forza, torcendole, fin quasi a piegare innaturalmente le dita, cercando nel dolore un modo per ritrovare la realtà.

Guardò l’orologio, che correva. Con lentezza torturante verso l’indomani mattina. Nulla sarebbe rimasto nella sua memoria, di tutte le ore che sarebbero trascorse fino ad allora. Quella sera, Michela parlò pochissimo, con Raffaele, appena rientrato, stanchissimo, da un lavoro a giornata a scaricare pacchi per una ditta di traslochi. Evitò quasi ogni suo sguardo. Concentrandosi sulla bimba, sulla cena da preparare. Sui palazzi ancora vuoti e nudi, che vedeva dalla finestra della sua cucina, alla Torretta. Sulle erbacce che ne avevano invaso i piccoli cortili, e l’albero cresciuto smisuratamente e che faceva ombra alla escavatrice rugginosa, ferma lì da mesi. Senza alcuna ragione.

Nel varco aperto da una crepa, lungo lo stipite di cemento di una finestra, sapeva Michela, essere celato un grande nido di vespe, che la costringeva a tenere chiuse le finestre della stanza della bimba, anche col caldo. Pensava al loro ronzio musicale, mentre teneva la figlia in braccio, cercando di addormentarla. Con la mente totalmente svuotata di pensieri. Vuota, del silenzio delle parole non dette, a Raffaele.

– Lavori anche domani? –

– Sì… tutta la giornata. –

– Allora, senti, domani in mattinata, dopo che ho portato Elena all’asilo, vado con Francesca a San Nicolò a Tordino… è da tanto che mi chiede di andare con lei a vedere dei mobili nuovi per casa.-

– Va bene… tanto ci vediamo in serata. –

Michela sgomberava il tavolo dai piatti, ascoltando l’eco della televisione. E respirando il desiderio di Sergio, che si sentiva nelle cosce, incerte, e nelle braccia, rigide, impacciate. Guardava Raffaele, da lontano, notandone la testa lievemente piegata, sulla testata del divano, nell’inizio di un sonno stanco e buio. Preparò la macchinetta del caffè, per l’indomani. E immaginò di berlo, al mattino, mentre vedeva Raffaele andar via al lavoro, e si sentiva libera di correre all’appuntamento con Sergio.

Andò a letto, lasciando Raffaele nel piccolo salotto.

Il respiro di Raffaele, nel sonno era regolare, e lento. Pesante, ogni tanto. E riempiva il buio della stanza. Michela guardava il soffitto, per non guardare al suo fianco. E dimenticava il sonno. Nello scorrere dei minuti della luna, dietro la finestra, che proiettava una luce piegata e sospesa, sullo specchio dell’armadio, in fondo alla stanza da letto.

S’alzò.

In cucina, vide il tavolo preparato per la colazione dell’indomani. Notò un cioccolatino, poggiato sul bordo della tazza, dove lei sedeva di solito. Tornò nel buio della loro stanza da letto e guardò Raffaele; entrò in silenzio sotto le lenzuola e chiuse gli occhi; si spostò sul fianco e raccolse le gambe al grembo, e le braccia piegate, sotto il mento. Portò la coperta leggera fin quasi al naso. E dormì.

Alle nove e mezzo del mattino, Sergio capì.

Capì che Michela non sarebbe arrivata. Lo capì dalle auto che correvano veloci. Dalle auto che si fermavano, in fila, lungo la Statale, in ingresso verso la città. Lo capì perché si sentiva fuori posto, lì, nel parcheggio della Stazione. E aveva freddo. Era solo, tra muratori che aspettavano il furgoncino che li avrebbe portati al lavoro, e il barista che prendeva le ordinazioni gridando. Era solo tra gli operai e le commesse del Nucleo Industriale intorno, che si incontravano lì, ogni mattina, salutandosi.

E sentiva crescergli la solitudine dentro; quella che lo circondava di libri e di spettacoli, di aperitivi, e di cinema, e di negozianti solleciti. E di vacanze in montagna. Michela non sarebbe venuta. A rompere quella solitudine. Nessuna auto girava verso la stazione di Paganica.

Il cielo, iniziava a piovere.

 

Luigi Fiammata

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