LA LECTIO DOCTORALIS DI ELIO DI RUPO A TERAMO PER LA LAUREA HONORIS CAUSA

13 novembre 2015 22:480 commentiViews: 21

12 novembre 2015

 

 

Memorabile giornata all’Università, il 5 novembre, con una cerimonia perfetta, e la sera prima in Comune

 

Una settimana è passata, ma non si spegne ancora l’emozione d’una giornata memorabile vissuta dall’Università di Teramo, dalla città e dall’intera regione, in occasione del conferimento all’on. Elio Di Rupo, già Primo Ministro del Belgio ed ora sindaco di Mons, della Laurea honoris causa in Scienze Politiche internazionali e delle amministrazioni. Un’emozione palpabile, nell’Aula magna dell’ateneo, piena in ogni ordine di posti, sin dai primi momenti dell’impeccabile cerimonia del 5 novembre 2015. Con un lunghissimo applauso quando, dopo il rituale corteo accademico, Elio Di Rupo vi ha fatto ingresso da ultimo, accompagnato dal Preside della Facoltà di Scienze Politiche Enrico Del Colle. La cerimonia, dopo una mirabile esecuzione dell’inno nazionale dei Cameristi dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretti da Ettore Pellegrino, è stata aperta dal Rettore Luciano D’Amico con uno splendido intervento nel quale, tra l’altro, ha richiamato ad esempio per i giovani l’esperienza di vita di Elio di Rupo. Ha poi visto esporre dal Preside Enrico Del Colle la Laudatio dell’insignito e successivamente ha registrato gli interventi del Sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca, Davide Faraone, del Presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, del Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini. E’ quindi seguita la Lectio doctoralis dell’on. Elio Di Rupo. Un’accurata e magistrale disamina dei problemi dell’Unione Europea, l’analisi delle cause e le terapie proposte per dare all’Europa una prospettiva per il futuro, per poter meglio rispondere alle sfide del secolo e alle speranze dei cittadini. Una Lectio di grande respiro, pronunciata da una Personalità politica davvero prestigiosa che rende onore all’Abruzzo e all’Italia, come figlio dell’emigrazione abruzzese in Belgio. La cerimonia ha conosciuto la massima intensità con la proclamazione e il conferimento, all’on. Elio Di Rupo della Laurea honoris causa dalle mani del Rettore Luciano D’Amico. Nella serata precedente altra cerimonia d’accoglienza dell’on. Elio Di Rupo nell’Aula consiliare del Comune, in un evento promosso ed organizzato dall’Associazione Nazionale Famiglie Emigrati (ANFE) con la collaborazione della Municipalità. Clima intimo e di grande cordialità, nel salutare l’arrivo nella casa comunale dell’on. Di Rupo. Gli hanno porto il saluto il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, il presidente dell’ANFE Abruzzo, Goffredo Palmerini, il Rettore dell’Università degli Studi, Luciano D’Amico, il direttore nazionale ANFE, Gaetano Calà, il quale ha sottolineato i rapporti d’amicizia dell’associazione con l’uomo politico e di governo. Ha quindi consegnato all’on. Di Rupo la scultura del 65° anniversario dell’ANFE, che egli non ebbe possibilità di ricevere nel 2012 a Roma, presso la Camera dei Deputati, nel corso della solenne celebrazione, impedito dagli impegni di Primo Ministro del Belgio. Elio Di Rupo, con un toccante intervento che ha richiamato l’esperienza familiare di emigrati abruzzesi e il suo orgoglio d’esserne figlio, ha ringraziato per l’onore che l’ANFE e le istituzioni abruzzesi gli hanno reso. Gaetano Calà ha quindi presentato, prima della proiezione, il documentario “Pane e pregiudizio” di Giovanna Taviani, un film sulla storia dell’emigrazione italiana, sulla vita dell’ANFE e della sua fondatrice, la parlamentare costituente Maria Federici (L’Aquila, 19 settembre 1899 – L’Aquila, 28 luglio 1984), una delle donne più significative dell’Italia democratica e repubblicana che contribuì, nella Commissione dei 75, a scrivere la bozza della nostra Costituzione poi approvata dall’Assemblea costituente. Qui di seguito si propone il testo completo della Lectio doctoralis dell’on. Elio Di Rupo, un intervento di straordinario spessore politico.

 

Goffredo Palmerini

 

http://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServePG.php/P/301721UTE0400

(foto e video della cerimonia di conferimento Laurea honoris causa all’on. Elio Di Rupo – Università di Teramo)

 

***

 

 

Riconsiderare l’avvenire dell’Unione Europea

Teramo, 5 novembre 2015

 

Cari Studenti,

Magnifico Rettore Luciano D’AMICO

Preside della Facoltà di Scienze Politiche Enrico DEL COLLE

Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni LEGNINI

Sottosegretario di Stato all’Istruzione, all’Università e alla Ricerca Davide FARAONE

Presidente della Regione Abruzzo Luciano D’ALFONSO.

Cari amici,

 

desidero prima di tutto ringraziarvi per l’onore che mi fate oggi. Ringraziare in particolare il Rettore Luciano D’Amico e il Rettore emerito Mauro Mattioli che sono venuti in Belgio per invitarmi. Desidero anche ringraziare tutta la comunità universitaria di Teramo di valenza internazionale. Il vostro gesto riconosce il percorso di un figlio di emigrati abruzzesi italiani in Belgio. In Italia le condizioni sociali della mia famiglia erano molto modeste: povere, per essere sincero. Mio padre è morto quando avevo un anno. Eppure, grazie al sostegno di mia madre e del sistema sociale belga, ho potuto studiare e laurearmi. Ho avuto la possibilità di svolgere un ruolo significativo in Belgio, ossia quello di Primo Ministro. Il riconoscimento di oggi lo dedico a mia madre e a tutti gli emigranti italiani nel mondo.

 

Gentili Signore e Signori,

ho vissuto l’Europa dall’interno. Ho partecipato a oltre venti vertici europei durante la crisi economica e finanziaria. Oggi vi presento alcuni aspetti, frutto di mie riflessioni e speranze, sull’Unione europea e sulla volontà di costruire un’Europa solidale e giusta. E’ chiaro che non riuscirò a poter parlare di tutto. Pertanto, a volte risulterò troppo diretto. L’Unione europea non è mai stata così tanto messa alla prova:

  • la crisi finanziaria;
  • la crisi dei migranti;
  • i conflitti alle frontiere;
  • un paese, la Gran Bretagna, che minaccia di uscire dall’Unione;
  • altri, come la Grecia, che lottano per rimanerne membri;
  • cittadini che mettono in dubbio il progetto europeo e non riescono più a identificarsi con esso.

Dalla sua creazione, l’Europa ha vissuto molte crisi. Oggi, tuttavia, ci troviamo di fronte a un fenomeno più preoccupante. Il futuro dell’Unione europea è, a tutti gli effetti, in discussione. Eppure, nel nostro mondo globalizzato, un’Europa forte e unita è assolutamente essenziale.

Per i belgi, per gli italiani e per tutti gli europei.

 

La crisi finanziaria ha generato una crisi economica e sociale senza precedenti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma dobbiamo riconoscere che l’Unione europea non è stata all’altezza degli avvenimenti. Peggio ancora ha contribuito, attraverso scelte sbagliate, ad aggravarne ulteriormente gli effetti. L’Unione ha attribuito la crisi al debito pubblico degli Stati membri, piuttosto che alle istituzioni finanziarie. La maggioranza politica, nell’ambito delle istituzioni europee, ha potuto imporre la sua visione dell’economia. Le istituzioni europee hanno adottato misure drastiche. Ogni Stato membro della zona euro è stato vincolato a rispettarle.

 

L’Europa ha imposto l’austerità. Con quali risultati? L’economista francese Thomas Piketty ha dichiarato di recente:

«Se guardiamo al 2008, il debito pubblico in Europa non era superiore a quello degli Stati Uniti, né a quello giapponese. Ma se consideriamo la situazione del 2015, il PIL degli Stati Uniti risulta ormai in ripresa. Dal canto suo l’Europa, e in particolare la zona euro, non ha ancora recuperato e il suo PIL è attestato a livello di quasi dieci anni fa».

La politica di austerità europea ha anche condotto all’instabilità politica in molti paesi e a una crescente disuguaglianza. La crisi di fiducia nei confronti dell’Unione europea non è mai stata così pesante. E, a ogni elezione, populismi ed euroscetticismo guadagnano terreno. L’esempio della Polonia è drammatico!

 

L’Europa nasce originariamente soprattutto come progetto di pace. Ma è stata costruita principalmente su una base di tipo economico. Al momento della sua fondazione, le prospettive di crescita economica in qualche modo garantivano prosperità, pace e democrazia. Dal 1957 il contesto è cambiato radicalmente con le crisi economiche e sociali successive. Oggi gli europei devono purtroppo fare i conti con una crescita economica nulla o modesta. Nella zona euro l’Eurostat ha recentemente previsto una crescita di appena 1,5% del PIL per l’anno in corso.

 

Nonostante crisi e cambiamenti, la natura dell’Unione europea è prima di tutto economica e di bilancio. La preoccupazione europea deriva in maggioranza dai settori economici, finanziari e commerciali, senza dimenticare l’agricoltura. In questi contesti sinistra e destra, progressisti e conservatori, si scontrano. Se devo attingere dalla mia esperienza diretta, l’Europa è terribilmente dominata dalla destra conservatrice. Il culto del mercato unico come motore di crescita illimitata è onnipresente. È questa la visione, caricaturale, di alcuni leader attuali. In seno al Consiglio europeo, ad esempio, David Cameron, il primo ministro britannico, non parla mai di Europa, ma solo di “mercato unico”.

 

Tuttavia, a livello formale, e in parte anche pratico, le finalità dell’Europa non sono unicamente economiche. Essa mira anche alla coesione sociale. Nelle conclusioni del vertice di Lisbona, la coesione sociale è indicata come obiettivo della convergenza. Questa è l’idea alla base della complementarietà tra economia e società. Ed è un’idea che mi trova pienamente d’accordo. Un obiettivo lodevole ma realizzato in misura troppo modesta, se non nulla. In ogni testo che riporta le conclusioni del Consiglio europeo, la dimensione sociale di qualsiasi ambito viene sistematicamente ridotta al minimo. A volte perfino negata.

 

Per la destra conservatrice, la soluzione ai problemi dell’Europa è da sempre la stessa: rafforzare il mercato unico. Anche a rischio di mettere in discussione i nostri modelli sociali. Con François Hollande ed Enrico Letta, e dopo con Matteo Renzi, ho più volte chiesto un ambizioso piano europeo di investimenti per contribuire a rilanciare le nostre economie nazionali. Ho anche lottato per una vera politica industriale europea. Ogni volta la risposta della Commissione europea è stata la stessa: «Prima di tutto consolidare il mercato unico e rafforzare i vincoli di bilancio».

Con l’insediamento della nuova Commissione europea, le cose potrebbero cambiare. La Commissione europea, sotto la guida del suo nuovo Presidente, potrebbe contribuire a una vera ripresa dell’economia europea tra cui una politica di investimenti più ambiziosa. Sono stati promessi 315 miliardi di euro di investimenti.

 

Al momento, sono meno di 64 i miliardi mobilizzati dagli Stati membri e dall’Unione europea.

Siamo dunque distanti dal totale promesso. Ma, essenzialmente, il problema ancora una volta è ideologico. Qualsiasi politica di stimolo economico è considerata, dalla Commissione, un’intromissione dell’autorità pubblica. In quanto tale, viene giudicata intollerabile dai tecnocrati europei e dai leader di destra.

 

LA LOTTA AL DUMPING SOCIALE

 

Un aspetto evidente di questa ossessione per il mercato unico è la politica europea sui lavoratori “distaccati”. La sfida in gioco è alta. A oggi quasi 11 milioni di europei vivono e lavorano in un altro paese europeo e 1,3 milioni sono “distaccati” in un altro Stato europeo da un’impresa che ha sede nel loro paese di origine. Un operaio assunto nei paesi dell’Est può venire a lavorare in Belgio o in Italia, senza però contribuire al sistema di sicurezza sociale belga o italiano. Il risultato è un notevole fenomeno di dumping sociale. I lavoratori non belgi o non italiani risultano sfruttati. Le loro condizioni di lavoro violano completamente i valori europei. Sono sottopagati. E le rispettive imprese non versano i contributi sociali nel paese in cui lavorano. Questo crea una distorsione della concorrenza che penalizza le altre imprese, quelle che si rifiutano di ricorrere a un tale meccanismo.

 

Questo crea anche un tasso di disoccupazione elevato a livello locale. I lavoratori non nazionali vengono preferiti ai lavoratori nazionali, considerati troppo costosi. Qualche anno fa mi sono opposto alla cosiddetta direttiva “Bolkestein” sui servizi. Bolkestein era il Presidente del partito liberale olandese diventato Commissario nella Commissione europea. Questa direttiva ha aperto la strada al dumping sociale e alla mercificazione di numerosi servizi di base. Penso, ad esempio, alla sanità. Questa direttiva ha anche messo gli Stati membri uno contro l’altro, ponendoli in una condizione di competizione costante fra di loro. Ora, è ovvio, non sarà lo sfruttamento reciproco a migliorare le condizioni di vita degli europei. Dobbiamo reagire. Dobbiamo arrivare a garantire che la mobilità dei lavoratori in Europa non vada a limitare i diritti sociali del paese in cui viene svolta l’attività lavorativa. Ecco perché ho chiesto la revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori.

 

MIGRANTI

 

Veniamo ora alla crisi dei migranti. A questo proposito, ci troviamo chiaramente di fronte a un’Europa divisa. La settimana scorsa Federica Mogherini ha detto:

«L’Unione europea rischia la disintegrazione se non risponde collettivamente alla crisi migratoria».

Abbiamo assistito a comportamenti inaccettabili in seno all’Unione europea. Penso in particolare all’azione del governo ungherese di Victor Orban che permette alle sue forze pubbliche di sparare sui migranti. I valori fondamentali dell’Europa vengono calpestati senza che venga imposta alcuna sanzione! Nessuno dovrebbe dimenticare i valori che ci uniscono e che sono riuniti nella Carta dei diritti fondamentali e nella convenzione di Ginevra. La risposta a questa crisi deve essere comune. E i paesi più esposti, come l’Italia, devono essere aiutati.

 

USCIRE DALL’AUSTERITÀ’

 

A partire dal 2009 i leader europei, e in modo particolare la cancelliera Merkel, hanno pensato di poter rafforzare l’Europa unicamente tramite l’austerità. È diventata una specie di ossessione. Le uniche politiche che vengono approvate prevedono il risanamento dei budget degli Stati membri.

 

Cerchiamo di essere chiari. Gli Stati devono compiere sforzi. Ma non possiamo imporre ai nostri anziani e ai nostri figli sacrifici insostenibili. Non possiamo imporre ai nostri anziani e ai nostri figli un generale indebolimento dei sistemi di sicurezza sociale. Eppure, questa è l’unica strada che viene percorsa dall’Unione europea. L’Europa è ferma ai criteri di Maastricht, che risalgono a quasi un quarto di secolo fa (1992). Ma l’attuale situazione economica e sociale è diversa in modo essenziale. Molti economisti come Paul Krugman suonano un campanello d’allarme.

 

Krugman ha dichiarato: «La spiegazione deriva in parte dal fatto che in Europa, troppe “persone estremamente serie” si sono lasciate affascinare dal culto dell’austerità, da questa convinzione che i deficit di bilancio, e non la disoccupazione di massa, siano il pericolo più immediato, e che sarà la riduzione dei deficit a risolvere, non si sa bene come, un problema causato in prima istanza dagli eccessi del settore privato».

 

LA RICERCA DI NUOVE FLESSIBILITÀ

 

Gentili Signore e Signori,

penso che la direzione presa dall’Unione europea sia sbagliata. Penso che dovremmo consentire agli Stati di recuperare un po’ di spazio di manovra. La loro missione non consiste nell’imporre sofferenza ai cittadini. Tuttavia il trattato fiscale, denominato “fiscal compact” in inglese, consente in teoria a un paese di disporre di flessibilità di bilancio in caso di forza maggiore.

 

E mi sembra che un periodo di 6 anni senza crescita economica reale configuri decisamente un caso di forza maggiore. Eppure, le istituzioni dell’Unione europea non sono disposte ad ammetterlo. E, nel frattempo, a soffrire sono i cittadini europei. Perché la flessibilità di bilancio permetterebbe agli Stati di liberare fondi di emergenza in numerosi campi. Così sono favorevole all’idea – sostenuta dall’Italia con Matteo RENZI, dall’Austria con Werner FAYMANN e dalla Francia con François HOLLANDE – di non considerare le spese assunte per l’accoglienza dei migranti nel calcolo dei deficit pubblici. Jean-Claude JUNKER, il Presidente della Commissione europea, si è dimostrato aperto a questa idea. Si vedrà. Desideravo parlare della Grecia. Anche per questo paese, l’Unione Europea non brilla per la sua immaginazione. La popolazione soffre terribilmente. Ma prenderebbe troppo tempo svilupparne il tema.

 

Egregio Rettore,

Gentili Signore e Signori,

le mie constatazioni sono forse dure; ma rimango un europeista convinto. Io credo nell’Europa.

Ma non nell’Europa com’è oggi! Dobbiamo ripensare l’Europa. Ne va del futuro degli europei.

Se vogliamo davvero rafforzare il progetto europeo, è urgente trasformarlo in un’unione democratica. Un’unione in cui i cittadini credano e dalla quale si sentano rappresentati.

 

Rafforzare la dimensione democratica dell’Unione economica e monetaria è essenziale. Ma pochi ne parlano seriamente. Oggi siamo di fronte a una rottura della fiducia totale tra gli europei e l’Europa. Abbiamo quindi bisogno di grandi cambiamenti. L’Eurogruppo, ad esempio, è costituito dai 19 paesi che utilizzano l’euro, ma è composto esclusivamente da 19 ministri delle Finanze. Come tale, si colloca al di fuori di qualsiasi controllo democratico e impone riforme che spesso sfociano in drammi sociali per milioni di cittadini. Sarebbe logico che l’Eurogruppo rendesse conto al Parlamento europeo e si riunisse regolarmente con i ministri del lavoro e degli affari sociali, il cui parere risulterebbe molto più utile. Nel corso di alcuni summit mi è capitato di avanzare questa ipotesi. Alcuni miei colleghi, come il primo ministro britannico, olandese, e gli altri liberali conservatori, si sono detti fortemente contrari. Ai loro occhi si trattava di una sorta di profanazione. Per non dire di una forma di maleducazione!

 

Nel 1957, eravamo 6 paesi. Poi siamo diventati 9, poi 10, 12 e infine 15. Con la caduta del muro di Berlino e la scomparsa del blocco orientale, non meno di 12 stati hanno aderito all’Unione europea.

Questo processo è stato troppo rapido.

Dopo sette ondate di adesioni, sono 28 oggi gli Stati membri dell’Unione Europea. Non si tratta di mettere in discussione l’allargamento dell’Unione. Quello che ci unisce è più importante di quello che ci divide. E l’Unione europea è anche un processo di convergenza per tutta l’Europa. Ma è chiaro che il processo decisionale è diventato troppo complesso. Raggiungere il consenso a 28 è diventato molto difficile: sulle questioni più delicate, addirittura impossibile. Così operare sulla base del principio di unanimità non è praticabile. Ma, purtroppo, questa unanimità è ancora necessaria in materia fiscale. Eppure, la concorrenza fiscale tra gli stati infuria in Europa !

 

Ho trascorso giorni e notti al Consiglio europeo. Non vi nascondo che esistono differenze profonde. Tra i paesi orientali e occidentali. Tra stati “grandi” e stati “piccoli”. Tra paesi del Nord e del Sud. Per non parlare delle differenze ideologiche. Chiaramente, è difficile andare oltre il minimo comune denominatore. Tuttavia, l’Europa non progredirà basandosi sul minimo comune denominatore. Guardiamo a ciò che accade nel contesto del referendum condotto nel Regno Unito. Quale sarebbe il senso di un paese che, per rimanere nell’Unione, respinge qualsiasi parte dei progressi compiuti a livello comunitario? Il governo britannico vuole, apparentemente in nome della semplificazione amministrativa, rimuovere gran parte delle protezioni ambientali acquisite nel corso degli anni. Vuole rimuovere le misure di protezione dei consumatori.

 

Vuole quasi azzerare le misure nell’ambito sanitario. Nella prova di forza che ha coinvolto il primo ministro britannico, mi chiedo se la priorità per noi non dovesse essere quella di preservare i risultati positivi ottenuti dall’Unione europea. Il Regno Unito ha più da perdere lasciando l’Unione europea, che restandone membro! In questo contesto, risulta molto difficile consolidare l’interesse generale europeo.

 

Le trattative sul bilancio europeo, alle quali ho partecipato, sono indicative di questa debolezza dell’interesse generale europeo. Subendo la pressione di alcuni Stati membri, il bilancio dell’UE è limitato a poco meno di 150 miliardi di euro per anno. Questa cifra equivale al bilancio medio di un paese come il Belgio, ma per una popolazione di 500 milioni di europei. In Belgio, siamo 11 milioni di persone.

 

In una prospettiva a medio termine, mi chiedo se non bisogna avere alcune priorità:

 

1) L’incremento del bilancio dell’Unione europea mediante l’integrazione di nuove risorse per affrontare le sfide che attendono l’Europa. La tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe una buona via. Penso all’esempio lampante dei migranti – una situazione in cui mancano palesemente fondi per trovare una soluzione – in particolare ai confini della Siria, dell’Iraq o dell’Afghanistan e ai paesi di accoglienza come l’Italia e la Grecia. Penso anche all’intensificazione della ricerca scientifica delle Università europee e alle moltiplicazioni delle borse – tipo l’Erasmus – per facilitare una maggiore mobilità europea degli studenti.

 

2) Con 28 Stati membri, andremo avanti solo a passi molto piccoli, l’ho già detto, mentre il resto del mondo avanza ad ampie falcate. Io sostengo un’Unione europea concentrica. Un numero ridotto di Stati potrebbe crescere a un ritmo più elevato e, in un certo senso, traccerebbe la strada di un’Europa più integrata particolarmente sui piani fiscale e sociale. Questo nucleo potrebbe dotarsi delle risorse per agire concretamente. È quello che avviene in caso di cooperazione rafforzata.

 

3) Noi belgi e italiani, dipendiamo essenzialmente dalla zona euro. Il denaro che abbiamo in tasca dipende anche dalla zona euro. La zona euro (che conta 19 stati) deve assumere il controllo del proprio destino: non può in alcun modo venire ostacolata da Stati che non hanno l’euro come moneta. Penso ad esempio alla Banca Centrale Europea. I suoi poteri non sono ancora paragonabili a quelli di paesi come gli Stati Uniti o il Giappone. La Banca centrale europea deve avere poteri di ultima istanza. Deve essere in grado, in particolare, di battere moneta, come fanno le banche centrali dei paesi fuori zona euro.

 

4) La zona euro dovrebbe potersi affidare a un proprio Parlamento. Questo potrebbe essere composto semplicemente da parlamentari provenienti dai 19 paesi interessati.

 

5) Delle proposte avanzate dalla Commissione per la zona euro si occuperebbero i commissari dei 19 paesi che la compongono, e non dei 28 Stati membri.

 

6) Il Presidente della Commissione europea dovrebbe essere eletto direttamente dai cittadini europei. Alle elezioni europee, ogni 5 anni, le liste di ogni famiglia politica dei 28 Stati presenterebbero un unico capofila. Il partito con il maggior numero di seggi al Parlamento europeo vedrebbe il suo leader automaticamente nominato come Presidente della Commissione.

 

Queste riforme risponderebbero alla nuova realtà europea. I paesi che lo desiderano, potrebbero agire rapidamente in termini di convergenza delle politiche. Gli altri, nel frattempo, continuerebbero a beneficiare del mercato unico e di altri progressi comunitari.

 

 

Gentili Signore e Signori,

Cari amici,

l’avete ormai capito. Per me, l’Europa deve cambiare il proprio meccanismo di funzionamento. Deve anche aprire il suo spirito. Noi tutti dobbiamo sostenere l’idea dell’interesse del progetto europeo. E questo è il ruolo dei partiti politici europei e dei partiti nazionali. È il ruolo di noi tutti. L’università, luogo per eccellenza di riflessione e di dibattito, può stimolare la nascita di nuove idee per l’Europa.

 

Cari amici,

alla fine della guerra, i nostri genitori hanno realizzato un risultato immenso. Mediante il progetto europeo, ci hanno lasciato in eredità la pace. All’epoca i mezzi per farlo consistevano nell’unirsi intorno a un progetto essenzialmente economico. Oggi, l’Europa è cresciuta. Il mondo è profondamente cambiato. Noi sappiamo che nessuno Stato europeo può affrontare il mondo da solo. La crisi dei migranti ne è un esempio. L’Europa deve rafforzarsi. Deve sviluppare strumenti e risorse che le consentano di far fronte alle proprie responsabilità. Il progetto europeo ha assolutamente bisogno dell’adesione degli europei. Bisogna dunque andare nella direzione di una vera cittadinanza europea. L’Europa non è solo un mercato. Dev’essere soprattutto un insieme di diritti per i cittadini, una filosofia della vita… uno stato d’animo. Un connubio che protegga i cittadini e garantisca loro un futuro migliore.

 

Il progredire dell’edificio europeo è una responsabilità comune. È responsabilità nostra, in particolare verso di voi, verso gli studenti, la gioventù europea. Questa gioventù, lo sappiamo, è assai duramente colpita dalla disoccupazione. E, a volte, arriva a dubitare del futuro. In un mondo in crisi, spetta anche all’Europa presentare a questa gioventù soluzioni e speranze. Trasformiamo le difficoltà attuali in opportunità per domani.

 

Cari amici,

i nostri destini sono legati. Questo è quello che ci ricordate voi oggi. Offrendomi questo riconoscimento. Accogliendomi in mezzo a voi. Consegnandomi questa Laurea che mi onora e onora il destino di una famiglia di immigrati italiani in Belgio. Oggi, tra di voi, mi sento al contempo belga, italiano ed europeo. Grazie di cuore per la vostra fiducia e la vostra attenzione.

 

Elio Di Rupo

 

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