L’UNIVERSITA’ STUDIA LE PERLE DI SAGGEZZA DI “ZI ‘NTONIE, L’ANALFABETA” E IL PENSIERO DEL FILOSOFO-CONTADINO DE FRANCESCO

13 marzo 2015 19:400 commentiViews: 13

 

 

di Domenico Logozzo *

 

La superiorità umana ed esistenziale della campagna sulla città, evidenziata nel libro “Così parlò Zì ‘Ntonie,l’analfabeta” scritto dal filosofo-contadino Donato De Francesco di Sant’Eusanio del Sangro, diventa motivo di grande attenzione  a livello universitario, oltre i confini dell’Abruzzo. L’invito alla lettura ed alla piena conoscenza dell’intellettuale abruzzese viene in particolare dal prof. Paolo De Lucia, docente di filosofia all’Università di Genova, che non esita a definire l’84enne Donato De Francesco “uno dei più interessanti ed originali pensatori contemporanei”. Una cultura “altra” che è “alta” e che non cede a compromessi. E non delega ad altri. Non è indifferente. Ma scruta a fondo e denuncia liberamente. De Francesco evidenzia mali, propone soluzioni. E’ una critica costruttiva anche se agli occhi degli osservatori e dei lettori superficiali potrebbe apparire diversamente. Avere le idee. Avere il coraggio di esporle. Avere la forza di difenderle. E non arrendersi. Mai.

 

De Francesco ha una grandissima dote: la sincerità culturale, che nasce e si nutre con la linfa vitale della ricca saggezza contadina. Per la Rai nel 1979 ha raccontato la storia di Zì ‘Ntonie, Antonio Angelucci, nato a Castel Frentano nel 1887 e vissuto a Sant’Eusanio del Sangro. Analfabeta con un cervello da Nobel della saggezza. Un personaggio che ha appassionato i telespettatori per la sua genuinità e onestà intellettuale. Semplice ed incisivo. Dal piccolo schermo alla libreria. “Forse povero in cultura, ma ricchissimo d’intelligenza e di arguzia, Zì’ ‘Ntonie ci offre una vera e propria pioggia di perle di saggezza”, hanno detto di lui. Leggiamo qualcuna delle sue perle: ”Amare l’altro significa essere capace di donargli disinteressatamente non ciò che l’altro vorrebbe, ma ciò di cui ha effettivo bisogno, e il vero bisogno dell’uomo è l’essenziale, anche se lui desidera il superfluo”.

 

Un’altra perla di saggezza: “Oggi le campagne sono deserte e solo qualche anziano vi si aggira, sebbene debilitato e privo di forze; le palestre, al contrario, sono affollate di persone piene di vitalità che sudano le sette camicie per dimagrire o per potenziare sempre più i loro inutili muscoli. Tutto questo è pura follia eppure accade, e accade per merito della ragione umana che aborre la fatica produttiva e santa ed esalta la fatica sterile e sprecata, oppure utilizzata per accrescere la prestanza fisica; la fatica (come quella utilizzata per esempio dalle ballerine) diventa nobile solo se è “bella”. Mi  chiedo: quando le persone si mettono a tavola, mangiano i prodotti della fatica santa o i prodotti della fatica bella? Chissà se gli uomini di mondo si sono mai posti una simile domanda!”

 

Interessanti riflessioni che “Europa Edizioni” così riassume: ”La storia, la cultura, la politica, la fede, più alcune “divagazioni” su argomenti vari. Un trattato? Non è così semplice. Un dialogo? Non esattamente, perché Zì’ Ntonie non è più tra noi. Dopo aver superato la soglia dei cento anni, ha lasciato il mondo, portando con sé una straordinaria quantità di saggezza. Una saggezza autentica, fatta di esperienza e ragione, fatta di consapevolezza pratica. Sono tante le cose che si potrebbero imparare da una mente come quella di Zì’Ntonie, per questo Elìaba ha ricostruito con meticolosità una sorta di dialogo. É un modo per dare risalto ad una vita che lo avrebbe meritato, ma che non  l’ha avuto perché non faceva storia”.

 

Da  diversi anni Donato De Francesco  si è ritirato in campagna nella sua Sant’Eusanio del Sangro. Un luogo isolato. Ma ricco di fascino. “Questo è il mio eremo”, ci dice. “”Quando sono arrivato con mia moglie, tutto era in completo abbandono”. Oggi c’è tanto verde. La bellezza della natura e la sapiente e amorevole mano dell’uomo. Il rispetto dell’ambiente. “Abbiamo costruito la nostra casetta, piantato gli alberi, coltivato la terra, allevato le galline”. Di fronte  la maestosa Majella. La montagna madre è coperta dalla neve. Un fascino straordinario. Con Donato ci siamo conosciuti nel 1984 nella Sede della Rai di Pescara. Lui brillante autore di trasmissioni radiofoniche e di documentari televisivi della Terza Rete, io giornalista calabrese, disoccupato, appena assunto in Abruzzo dalla tv di Stato.

 

E’ grazie alla produzione culturale di Donato che ho avuto la possibilità di conoscere presto e bene tanti aspetti della realtà abruzzese. E nel pomeriggio  trascorso davanti al caminetto, 31 anni dopo il primo incontro, con Donato e con la moglie abbiamo vissuto alcune ore indimenticabili. L’amicizia sincera. Il grande calore umano. Lezioni di umiltà da Donato e dalla moglie. Persone buone. Persone che credono in quello che fanno. E che fanno quello che pensano e dicono. La forza della coerenza. La forza delle radici. Come Zì ‘Ntonie, il protagonista del suo preziosissimo lavoro. Che il prof. Paolo De Lucia ha recensito in maniera esemplare. Ha scritto: “In poche parole: si tratta del capolavoro di un genio. Dietro “Elìaba” si nasconde Donato De Francesco, un filosofo-contadino abruzzese che ha elaborato un vero e proprio sistema di pensiero. Il baricentro di esso è la teoria della superiorità umana ed esistenziale della campagna rispetto alla città, e della cultura contadina rispetto alla cultura cittadina. De Francesco, che attinge anche ad una fede cristiana robusta e profondamente assimilata, inanella argomenti difficilmente refutabili per dimostrare il carattere patologico della civiltà moderna, e ne coglie la radice nel primato dello spirito, da lui identificato con la pretesa onnicomprensiva della razionalità. Non sarà un caso se la prima delle beatitudini di Gesù suona “Beati i poveri di spirito”. Un libro da leggere: apre un altro mondo…”

 

Sì, è vero, apre un altro mondo. Che vale la pena di scoprire, leggendo “Così parlò Zì ‘Ntonie, l’analfabeta”. Un libro che “ha il solo scopo di rendergli il minimo omaggio – scrive De Francesco -, riscattando nel contempo la memoria di una cultura “altra”, vilipesa, mistificata e uccisa a cuor leggero da chi, forse, aveva qualcosa da imparare da essa”.

 

 

*già Caporedattore del TGR Rai

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