MINORI. AUTISMO, CON MAMME INSIGHTFULNESS IL 60% È SICURO

MA SOLO 1 MADRE SU 3 È RISOLTA RISPETTO ALLA DIAGNOSI

Il 60% dei bambini autistici con mamme dotate di insightfulness mostra sicurezza negli attaccamenti, mentre solo il 20% delle mamme non insightfulness ha figli con un attaccamento sicuro. Lo rivela David Oppenheim, membro senior del ‘Center for the study of child development’ dell’Università di Haifa (Israele) in occasione della seconda giornata di studi dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) a Roma su ‘Attaccamento e autismo’.
Il dipartimento di Oppenheim ha osservato 45 mamme di soggetti autistici, di cui 19 con insightfulness (la comprensione empatica) e 26 senza insightfulness. È risultato che il 42% delle donne analizzate è capace di comprendere empaticamente il figlio. “Sembra una percentuale ridotta rispetto al 65% delle mamme con insightfulness di figli normodotati- continua il ricercatore israeliano- invece è un dato importante”.
Le mamme prive di insightfulness “sono il 58% del campione analizzato, e il 31% di queste ha una visione unilaterale del bambino. Probabilmente- chiarisce Oppenheim- questo dato ha molto a che fare con la sindrome perché tali madri sono anche molto ansiose rispetto a se stesse e al figlio”. Le donme risultate poi senza insightfulness e “disimpegnate sono il 21%- continua lo studioso- per loro è ancora più difficile mettersi nei panni del bambino”.
Da precisare che l’insightfulness non è correlata né alla diagnosi né alla gravità della sintomatologia, ma risponde alla capacità di lettura materna del bambino e non ad oggettive caratteristiche dello stesso.
COME SONO LE MADRI SENZA INSIGHTFULNESS – “Una madre senza insightfulness parla al posto della figlio autistico come se fosse nella sua testa, ma poi lo descrive in modo superficiale. La sua attenzione non è rivolta al bambino, infatti manca di un reale confronto con lui. La donna perde il mondo interno del piccolo. Queste madri- illustra il professore- sono molto sintetiche nelle risposte e mostrano di avere una scarsa capacità di guardarsi dentro”.
COME SONO LE MAMME CON INSIGHTFULNESS – Le madri insightfulness di bambini autistici hanno delle caratteristiche corrispondenti a quelle insightfulness di bambini normodotati.
“Abbiamo osservato lo stesso tipo di accettazione del bambino e delle sue difficoltà. Si mettono nei panni del figlio e non lo vedono come un soggetto autistico ma come un bambino”. Un’apertura che si rileva nei comportamenti “problematici del piccolo- spiega Oppenheim- queste madri provano ad immaginare le motivazioni che guidano l’agire dei loro figli. La loro preoccupazione è infatti sempre appropriata perché guarda alla complessità del bambino, andando oltre la diagnosi. Sono anche più sensibili, strutturate e si adattano di più al gioco rispettando la reale necessità del figlio. E quando lo descrivono utilizzano una terminologia tratta dalla terapia, leggendo i comportamenti del bambino come una reale risposta a un suo preciso bisogno”.
RISOLUZIONE DIAGNOSI – “I genitori devono modificare le immagini che hanno del bambino e confrontarsi con il figlio reale e non ideale. Per sviluppare la capacità di insightfulness bisogna che le loro immagini- sottolinea lo studioso- siano il più possibile allineate con la diagnosi ricevuta. Non è un lavoro unicamente cognitivo, riguarda anche un doloroso processo emozionale che può essere messo in parallelo con il dolore di un lutto”.
COME VALUTARE LO STATO DEI GENITORI RISPETTO ALLE DIAGNOSI – Oppenheim intervista i genitori per valutare il punto in cui si trovano rispetto alla diagnosi ricevuta. Un processo graduale, che parte dalla valutazione e dall’assestment dell’insightfulness. Sono domande del tipo: “Quando hai capito che tuo figlio aveva un problema? Sono cambiati i tuoi sentimenti dopo la diagnosi? Sai di avere un bambino con bisogni speciali?”. Qui la tematica “arriva dritta al cuore, perché diversamente dall’intervista sull’insightfulness, in cui il focus è sul bambino- ricorda il professore- adesso si parla di loro. Molte madri hanno confessato che è stata la prima volta che qualcuno gli chiedeva di parlare della diagnosi”.
LA RISOLUZIONE – Accettare la diagnosi vuol dire affrontare “con speranza la sindrome dei bambini per aiutarli a progredire”. Ma solo “il 33% delle madri sono risolte rispetto all’accettazione della diagnosi- fa sapere Oppenheim- il 67% sono irrisolte e hanno più difficoltà ad accettare che il bambino abbia dei bisogni speciali (circa due madri su tre). I terapeuti devono quindi lavorare su questo”.
La risoluzione di un genitore non e correlata alla diagnosi o al funzionamento del bambino, come accade per l’insightfulness. Si può essere madri irrisolte anche con sintomi lievi e mamme risolte con bambini con una sintomatologia severa. Infine Oppenheim ricorda che le “madri risolte sono anche più sensibili e hanno più possibilità di avere figli con un attaccamento sicuro”.
RELAZIONE TRA INSIGHTFULNESS E RISOLUZIONE – Non tutte le madri risolte sono insightfulness e viceversa. Delle 45 madri 12 erano sia insightfulness che risolte, 7 irrisolte e con insightfulness, 23 prive di insightfulness e non risolte e infine 3 risolte e non insightfulnes.
Se uniamo questi dati al tipo di attaccamento, è stato osservato che “tra le 12 mamme c’è una percentuale dell’80% di figli con attaccamento sicuro. Nel gruppo irrisolto e non insightfulness la percentuale di attaccamento sicuro è invece del 20%”. Esiste dunque una “forte relazione tra insightfulness, risoluzione delle mamme e percentuale di attaccamento sicuro”.
L’INSIGHTFULNESS FACILITA LA TERAPIA – L’Insightfulness può aumentare l’efficacia della terapia, perché è un “facilitatore del processo terapeutico”. Chiarisce meglio questa considerazione Oppenheim, citando uno studio in cui è stato dimostrato che “la capacità materna di instaurare una maggiore attenzione condivisa nel gioco ha permesso ai figli di sviluppare nei 15 anni successivi un linguaggio migliore. Promuovere quindi l’attenzione condivisa vuol dire promuovere la comprensione empatica della madre- conclude Oppenheim- quale variabile moderatrice della terapia”.

MINORI. AUTISMO, IDO: GUARDARE BAMBINO REALE NELLA SUA COMPLESSITA’

“LA COGNIZIONE NASCE DA CONDIVISIONE RITMO EMOTIVO”.

Guardare al bambino reale nella sua complessità. Mettere insieme tanti linguaggi teorici e riuscire ad integrarli secondo la necessità. È questo l’obiettivo da raggiungere secondo Magda di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma, al convegno su ‘Autismo e attaccamento’.
“Oggi assistiamo a una contrapposizione nella lettura delle patologie tra aspetti cognitivi e affettivi. Più una patologia è grave – prosegue la psicoterapeuta dell’età evolutiva- e più questa contrapposizione pesa. La ricerca nell’ambito dell’autismo vede o tutto organico o tutto psichico. Ma una patologia così arcaica è per forza di natura neuropsicobiologica”. Secondo Di Renzo “è necessario entrare in tutti i meccanismi della relazione psichica”.
L’esperta dell’IdO si chiede allora “cosa sigifiva ‘funzionamento’ quando un’atipia forte come l’autismo interferisce con la relazione? Il bambino autistico non attiva la responsivita’ della madre. Dobbiamo guardare a questa situazione- sottolinea la psicoterapeuta- come a una situazione traumatica per il piccolo, la mamma e la relazione”.
Ormai le ultime ricerche hanno mostrato che “nei bambini autistici è presente un’intenzionalita’, un andare verso, che attiva la responsivita’ della madre. La stanno studiando anche nelle donne in gravidanza- fa sapere la direttrice della Scuola di specializzazione dell’IdO- poiché durante l’ecografia il bambino si gira”.
Di Renzo conclude: “Solo nella condivisione di un ritmo emotivo può nascere la cognizione”.

MINORI. AUTISMO, EREZ: CONNETTERE TERAPIA E RELAZIONE DIADICA

IL TERAPEUTA NON DEVE MAI INTERPRETARE

“È tempo di connettere gli aspetti del lavoro terapeutico e quelli dell’intersoggettività madre-bambino. È tempo di riconnettere nella terapia i due movimenti, l’attenzione e la corporeità da un lato e l’ascolto dall’altro”. Cosi Ayelet Erez, membro della Clinica per la psicoterapia psicodinamica dell’età evolutiva del ministero della Salute di Haifa, al convegno dell’Istituto di Ortofonologia a Roma su ‘ Attaccamento e autismo’.
LA RELAZIONE DIADICA – “La relazione diadica madre-figlio si sviluppa attraverso la reciprocità del riconoscimento degli stati affettivi primari. Un processo che comprende accuratezza e rispecchiamento armonico e che permette al bambino di esperirsi come qualcosa di simile alla madre- chiarisce la paicoterapeuta- in una corrispondenza e in un incontro fatto di ritmi, gesti, vocalizzi e azioni all’interno di uno spazio mentale transizionale”.
COSA SUCCEDE SE LA MADRE FALLISCE NELLA RECIPROCITA’ – “Una disfunzione neurologica dello sviluppo può bloccare questo processo di riconoscimento- afferma l’esperta- il movimento madre-bambino può quindi collassare dall’una o dall’altra parte, anche perché il soggetto autistico integra intorno a sé oggetti umani e non umani rendendo più rigido questo movimento, in mancanza di qualsiasi facilitazione”.
COME USCIRE DALLA PRIGIONE AUTISTICA – “La mancanza di una capacità organizzativa del bambino, coinvolto nella sindrome, lo imprigiona in uno spazio di forme e oggetti autistici. Le possibilità che il bambino resti bloccato nelle barriere autistiche o che superi tali cesure- spiega Erez- dipende da come diventa consapevole che un altro soggetto è consapevole di ciò di cui lui è consapevole”.
IL RUOLO DEL TERAPIA – “Il terapeuta nel setting dell’approccio diadico vede il padre, la madre e il bambino insieme, poi la madre e il bambino e poi il padre e il bambino in un ciclo continuo. In questo processo il terapeuta- conclude la psicoterapeuta israeliana- non deve mai interpretare, ma lasciarsi guidare in un movimento flessibile”.

SCUOLA. AUTISMO, OPPENHEIM: INSERIMENTO NON SIA SOLO IN BSE A QI

INSIGHTFULNESS E ATTACCAMENTO SICURO SONO PREDITTIVI DI SVILUPPO

Elementi predittivi del futuro sviluppo intellettivo e sociale del bambino sono l’attaccamento sicuro alle figure genitoriali, il livello di interazione sociale e il Quoziente intellettivo (Qi), unitamente alle capacità di insightfulness materno. Quattro caratteristiche che secondo David Oppenheim, membro senior del ‘Center for the study of child development’ dell’Università di Haifa (Israele), sono “importanti anche per definire la tipologia di inclusione scolastica in cui inserire i soggetti coinvolti nei disturbi dello spettro autistico”.
In Israele i bambini autistici hanno tre possibilita di inserimento scolastico: in scuole educative speciali, in scuole normali ma in classi con educazione speciale e in classi normali di scuole regolari.
Il nuovo studio promosso dall’Università di Haifa, e presentato in occasione della seconda giornata di studi dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) a Roma, parte dalla constatazione che “sempre in Israele il rapporto genitori-figli è tenuto in considerazione fino all’inserimento scolastico (dopo viene attenzionato solo il bambino), vuole pertanto dimostrare che l’insightfulness materno e l’attaccamento sicuro nei bambini sono invece predittivi dei futuri risultati del percorso scolastico”.
IL CAMPIONE DELLA RICERCA LONGITUDONALE – La ricerca è stata condotta su 45 bambini esaminati a 4 anni e mezzo, 8/9 anni e 12 anni e mezzo. Il 43% di questi ha un attaccamento sicuro e il 57% insicuro. Il 42% delle madri possiede la capacità di insightfulness.
L’INSERIMENTO SCOLASTICO – Il 34% dei bambini di 8 anni era stato inserito in scuole speciali (1/3), il 42% in classi speciali ma di scuole regolari, il 17% in classi regolari di scuole regolari con il sostegno e il 7% in classi regolari di scuole regolari ma senza aiuto. “È dunque significativo- afferma Oppenheim- che il 24%, 1/4 del campione, rientri in una didattica regolare”.
Alle medie “per l’87% dei soggetti osservati la situazione non è cambiata: il 49% è stato inserito in scuole speciali, il 25% in classi speciali ma di scuole normali, il 23% in classi normali di scuole tradizionali e il 2% in classi normali di scuole tradizionali senza il sostegno”.
GLI ELEMENTI PREDITTIVI – Il Qi e le competenze, o il deficit, di interazione “sono stati utilizzati per definire le capacità sociali e di adattamento alla scuola, mentre l’attaccamento del bambino e la capacità di insightfulness materno sono state considerate per definire le qualità emozionali nella gestione dei compiti e nella promozione dello sviluppo. Bambini di mamme con insightfulness- ricorda lo studioso israeliano- si adattano meglio perché si sentono più compresi, regolati e sicuri”.
IL QI – I tre gruppi di bambini non si differenziano molto tra loro da un punto di vista intellettivo, “nel senso che non è significativa la differenza di Qi nei soggetti collocati nelle scuole educative speciali rispetto a quelli delle classi speciali. Una differenza più marcata è forse ravvisabile- sottolinea Oppure- con i soggetti inseriti nelle classi normali con o senza sostegno”.
L’ATTACCAMENTO – I bambini inseriti nelle scuole di educazione speciale “mostrano di avere un attaccamento insicuro. Quelli sicuri sono meno del 20%. Diversa è la situazione nelle classi speciali di scuole normali dove il 40% è sicuro. Percentuale che sale al 70% nelle classi normali”. La sicurezza negli attaccamenti “promuove quindi la capacità di interazione sociale con gli altri soggetti, le abilità comunicative e di adattamento”.
Infine, nelle scuole speciali “quasi la totalita delle madri non ha capacità di insightfulness, mentre nelle scuole normali l’80% delle madri è in grado di insightfulness. Da questi dati emerge che non si possono valutare le componenti cognitive- aggiunge il professore- ignorando gli aspetti emotivi. Di certo i figli di mamme con insightfulness sanno relazionarsi meglio e sanno chiedere più aiuto”.
Magda di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia, conclude: “Questa ricerca è importante perché ci ricorda che la lettura del mondo emotivo è sempre predittiva dello sviluppo cognitivo”.

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