Luca Mannutza in piano solo a Pescara: le improvvisazioni di una vita in musica

11 Febbraio 2015 20:400 commentiViews: 17

 

 

Una vita intera dietro ai tasti bianchi e neri, dall’età di quattro anni una passione senza fine.Luca Mannutza torna, dall’ultimo concerto del 2009, in piano solo a Pescara. L’artista, protagonista assoluto della scena musicale nazionale ed estera, suonerà, sabato 14 febbraio, presso la Maison Des Arts in Corso Umberto 83 (ingresso libero, inizio ore 18, accesso consentito dalle 17.30 fino ad esaurimento posti) nell’ambito della rassegna “sabato in concerto jazz”, il cartellone della Fondazione Pescarabruzzo organizzato dall’Associazione Archivi Sonori con la direzione artistica di Maurizio Rolli.

Quarant’anni dietro ad uno strumento, tra concerti, sacrifici, studio, mai un attimo di cedimento? “Sono stato fortunato – dice Luca Mannutza – da piccolo mi chiamavano bambino prodigio, espressione che non mi è mai piaciuta, durante gli studi classici ho avuto sempre la valvola di sfogo costituita dagli altri gruppi musicali che avevo con gli amici, poi a 23 anni è arriva la folgorazione per il jazz e lì non ci siano cedimenti che tengano, la passione non può che rimanere sempre su altissimi livelli, è un linguaggio che è continua ricerca, costante possibilità di esprimersi in maniera creativa, non si è mai uguali a se stessi”.

Sul live di Pescara cosa puoi dirci “Nei miei concerti in piano solo mi piace lasciarmi andare ad una completa improvvisazione, sarà anche per me bello scoprire cosa succederà, ci saranno di sicuro passaggi verso standard, ma anche ritorni a famosi brani pop”.

Come definiresti la tua musica? “Difficile rispondere così su due piedi, diciamo che in generale mi piace spaziare e vivere la musica a 360 gradi e ce n’è tanta in giro, dalla classica fino ad arrivare al rock-progressive, una delle mie passioni”.

Per un artista come te che ha suonato in tutto il mondo, qual è la cosa che ci invidiano e cosa invece c’è da imparare dagli altri “L’Italia ha pregi e difetti ed è normale. Diciamo che qui in casa nostra potremmo essere considerati meglio, anche e soprattutto come figure professionali, quando suoniamo fuori dai nostri confini emerge sempre quel cuore mediterraneo, quella passionalità che spicca sempre al di là del genere che fai. D’altro canto, in altri Paesi, bisogna ammetterlo, c’è una preparazione che sfiora la maniacalità, non che non ci sia in casa nostra, però sotto questo punto di vista alcuni musicisti sono di esempio in questo senso”.

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