La storia del jazz italiano in un solo live: a Pescara il pianoforte di Mauro Grossi, il contrabbasso di Ares Tavolazzi e la batteria di Walter Paoli

12 Marzo 2014 11:310 commentiViews: 36

 

Sabato 15 marzo, alle ore 18, presso la Maison Des Arts in corso Umberto nell’ambito della rassegna dei “sabato in concerto jazz”, un appuntamento imperdibile (inizio ore 18, ingresso libero e consentito dalle 17.30 fino ad esaurimento posti).

 

 

 

I nomi storici del jazz italiano a Pescara, sabato 15 marzo, per un imperdibile concerto-evento nell’ambito della rassegna sabato in concerto jazz, cartellone della Fondazione Pescarabruzzo organizzato dall’associazione culturale Archivi Sonori con la direzione artistica di Maurizio Rolli (inizio concerto  ore 18, ingresso libero e consentito dalle 17.30 fino ad esaurimento posti). Mauro Grossi al pianoforte, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Walter Paoli alla batteria.

Impegnativo e soprattutto lungo fare l’elenco di festival, registrazioni discografiche e collaborazioni. I tre musicisti, costituiscono insieme, una sorta di storia del jazz italiano degli ultimi decenni.

Mauro Grossi è stato il maestro di pianoforte che ha  seguito per più anni Stefano Bollani ed è titolare dal 1993 della cattedra Jazz presso il Conservatorio “P. Mascagni” di Livorno, ha alle spalle più di 40 dischi tra musica jazz, ebraica, gospel e leggera.

Ares Tavolazzi, basso e contrabbasso, è un nome “leggendario”, storico componente degli Area, dai primi anni 70’, protagonista assoluto della scena musicale italiana ed internazionale.

Walter Paoli, il batterista che suona con la quasi totalità dei jazzisti più importanti in Italia ed all’estero, ma anche bacchette fidate per la musica leggera (Jovanotti, Irende Grandi, Gianni Morandi).

Insomma nomi che hanno fatto, e fanno, la storia del jazz italiano.

“Ecco lo sapevo, volete farci sentire vecchi – esordisce scherzando Mauro Grossi – in effetti conosco questi amici da tantissimi anni, con Walter ci frequentiamo da quando lui era poco più che bambino e ci ritrovavamo in delle jam private. Stesso discorso, o quasi, per Ares, anche se a volte gli rinfaccio alcuni miei viaggi da studente del Dams dalla mia Livorno a  Bologna. Io ero più che diciottenne ed una volta a settimana, lezioni a parte, andavo solo per lui, perchè girava voce che in un paesino della bassa ferrarese, Vigarano Mainarda, potesse passare per una jam, e così mi trovavo schiacciato davanti agli amplificatori, in questo locale piccolissimo, soltanto per avere la possibilità di suonare con lui. Ho rischiato la vita a causa sua – conclude con la consueta ironia”.

Questa volta ci saranno meno rischi, quale sarà il repertorio del vostro “live” di Pescara?

“Ci saranno mie composizioni e standard, ma non vi preoccupate, non il solito blocco di quella cinquantina di pezzi strafrequentati, sono uno specialista dei brani che non fa nessuno, ma di nuovo, non vi preoccupate, non parlo della ricerca esasperata di qualcosa di sconosciuto. Mi piace andare a riscoprire storie, ho molto rispetto per la loro provenienza, le loro motivazioni. Sono storie in musica meravigliose, alcune di Glenn Miller ad esempio, ci sara’ spazio per molto altro, tante sorprese, anni fa, ad esempio ho avuto un imprinting per la musica ebraica. Mi piacciono le linee intrecciate, sfogliando i testi sembra che ogni 10 anni, nel jazz, ci sia un cambio epocale, il be bop che fa piazza pulita di quel che c’era prima, per poi scomparire a sua volta a favore di altro. Io sono più per la mescolanza, per il senso dell’intreccio, il jazz deve essere aperto, devo dare questo senso di respiro ampio, anche oggi ascolto il più possibile le ultime produzioni”.

A questo proposito non pensi che la parola jazz sia un pò abusata a volte, un “maremagnum” dove infilare un pò di tutto? “E’ difficile rispondere a questa domanda, un pò è nella natura del genere quello di accogliere linguaggi diversi in un gioco di sincretismi intrecciati. E questo va più che bene, l’importante però è che non si stia piluccando un pò  a caso, anche per andare nella stessa direzione del vento della critica in auge al momento. Se invece fai una cosa perchè ci credi, allora lì non c’è mai preclusione. Spazio alla libertà, alla creatività, ma tendiamo l’orecchio, ci possono essere luci ed ombre in qualsiasi progetto. L’importante è che non vi sia una forzatura verso la sperimentazione a tutti i costi, una corsa alla facciamolo strano a prescindere. Deve emergere la sincerità di un progetto, di un discorso musicale, la sincerità vince sempre”.

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