Luca Nannipieri su Sussidiarietà e Nuovi partiti

27 Novembre 2013 20:130 commentiViews: 12

Tra gli interventi di questi giorni di Luca Nannipieri, saggista e firma di Panorama, Il Giornale Libero, segnaliamo una riflessione sul fatto che le ultime svolte in Italia, quelle degli anni Settanta (diritto al divorzio, diritto all’aborto e chiusura dei manicomi) siano state attuate o da non politici o da politici marginali come Franco Basaglia e Marco Pannella, invitando dunque le nuove forze politiche a dare spazio a quelle personalità che sono esterne al cursus honorum classico dei politici dei partiti maggioritari che hanno portato solo immobilismo; inoltre una riflessione di Nannipieri sulla sussidiarietà ancora mancante in Italia, che sarà esplicata compiutamente venerdì al Politecnico di Torino alla Giornata di studi, organizzata dall’ateneo, sul patrimonio e sulla memoria.    Ecco il primo estratto sui nuovi Franco Basaglia, leggibile per intero su L’Occidentale, il giornale della Fondazione Magna Carta: <<Le ultime svolte decisive in Italia sono di trenta-quarantanni fa: 1970, diritto al divorzio; 1978-1981, diritto all’aborto; 1978, legge Basaglia, chiusura dei manicomi e un diverso rapporto tra malattia e sanità. Condivisibili o meno, hanno trasformato il paese, hanno cambiato il nostro modo di pensare e agire. Dopo queste svolte, vi è stato un immobilismo pressoché totale: trent’anni in cui l’Italia non si è mossa, non ha prodotto nessuna riforma incisiva delle sue leggi, delle sue strutture e istituzioni.

Chi innescò le ultime svolte decisive del paese? Un non politico come Franco Basaglia e politici di frontiera, da 2% alle elezioni, come il socialista Loris Fortuna e il radicale Marco Pannella. Da non politici o da politici da 2% alle elezioni sono avvenuti cambiamenti molto più decisivi di quelli che non sono riusciti a fare forze o coalizioni politiche al 40%, con milioni di iscritti e milioni di fondi. Chi pensa che un politico, per essere tale, debba prima fare politica locale, da consigliere comunale, poi provinciale, poi caso mai regionale o nazionale, non riflette su questa evidenza: nell’ultimo mezzo secolo la contrapposizione non è tra destra e sinistra (che sciocchi coloro che ancora lo pensano) ma tra poteri consolidati e libertà. Il cursus honorum classico (ovvero il politico che si fa le ossa sul locale per poi andare al nazionale) si è tramutato in un’affiliazione e in un’obbedienza al potere consolidato: un’affiliazione che fa perdere all’individuo quella libertà di sfida e di cambiamento che invece hanno avuto coloro (da non politici come Basaglia o politici al 2% come Pannella) che non si sono fatti ingabbiare nelle logiche dell’iniziazione e dell’adesione ai poteri stabilizzati. […] Nel momento in cui tu, politico, accetti il percorso di inserimento nella gerarchia del tuo partito, di fatto perdi negli anni la tua forza scompaginante di cambiamento. Diventi inerme, inerziale, la struttura ti disarma chiamandoti alla sua obbedienza. I tuoi cambiamenti saranno millimetrici, e sarà valutata la tua obbedienza nella millimetricità dei tuoi cambiamenti. Se ricerchi la libertà dall’assetto consolidato, questi partiti non ti vorranno, o ti vorranno come comparsa.

I nuovi partiti che stanno germinando in questi anni […] non perseguano la via funesta dei vecchi: considerino che le vere svolte sociali sono avvenute da gente da fuori o dai confini della politica. I neonati partiti hanno fondazioni di riferimento. Bene. Utilizzino le fondazioni per far emergere i nuovi Franco Basaglia, coloro che vogliono chiudere i nuovi manicomi del nuovo secolo e aprire altre strade. […] Altrimenti il destino è segnato: l’Italia rimane immobile come negli ultimi trent’anni>>.

http://www.loccidentale.it/node/128321 Ecco il secondo estratto dedicato alla sussidiarietà, leggibile per intero su Effetto Erre – Rubbettino:    <<Oggi la sussidiarietà viene concepita come una funzione compensativa della sfera pubblica. Dove non arriva lo Stato o l’amministrazione locale, si sussidia. Non ci sono i soldi per i custodi e per tenere aperti i musei? Si chiamano i volontari. Le soprintendenze non riescono a restaurare un affresco? Si chiamano i volenterosi del territorio e si incoraggia una colletta. Così la sussidiarietà crea corpi puramente ancillari. Quando servono, sai che sono a disposizione. Una simile sussidiarietà, ovvero delegare ciò che non si riesce ad attuare, è dannosa. E anche un simile volontariato è dannoso, perché si propone come un gregario che accetta il ruolo secondario, di supporto, di supplenza allo Stato, come un infermiere che rimpiazza per certe azioni il dottore quando lui va in bagno. Il volontariato nella cultura va totalmente ripensato. Donare se stessi senza un tornaconto personale è un gesto che gli uomini faranno sempre come sorridere o baciare. Ma ad oggi i volontari, soprattutto quelli coinvolti nella salvaguardia del patrimonio storico-artistico, sono relegati ad una pura funzione domestica: devono coprire le carenze di uno Stato sempre più incapace, con Ministero e Soprintendenze, di prendersi cura di ciò che la legge gli assegna. Così facendo, quella forza immensa di dono, gratuità e condivisione, che è il “volontariato”, viene spenta in una funzione di stampella. Questo è una visione fallimentare del volontariato, che le associazioni esistenti perseguono e tramandano. La mia visione è opposta: nel momento in cui si lascia alle comunità e ai territori la libertà di autodeterminare il proprio patrimonio e di gestirlo, saranno queste comunità a scegliere il modo più giusto e sempre rivedibile (dal volontariato al profitto alla coabitazione di gratuità e guadagni) per rendere massimamente vivo e fertile ciò che amano e che chiamano patrimonio. Non vi sarà uno Stato che si affida ai volontari per coprire i tantissimi buchi che non riesce a tappare da solo, ma saranno i territori a miscelare liberamente, nel più fecondo dei rapporti, associazioni di volontariato, cooperative, consorzi, fondazioni, tutte coinvolte nella gestione e nella conoscenza di ciò che hanno deciso debba essere il loro patrimonio. In una tale visione, perde di qualunque consistenza la distinzione oggi così stanca e viziata da reciproche chiusure, tra pubblico e privato. Chi è il privato? Siamo io, tu, noi, che ci riuniamo in aziende, cooperative, comitati, associazioni. E chi è il pubblico? Siamo sempre noi, nell’atto del rendere comunitaria e partecipata una realtà su cui lavoriamo. Nella visione che io propongo, pubblico e privato sono essenzialmente movimenti complementari e intrecciati, non “essenze” inconciliabili come il fiacco dibattito italiano vuol fare credere>>. http://blog.rubbettinoeditore.it/luca-nannipieri/i-volontari-della-cultura-camerieri-di-stato/ Francesca Briganti

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