L’Aquila. SUL RECUPERO DI PORTA BARETE

SUL RECUPERO DI PORTA BARETE

Il vivace dibattito culturale recentemente sviluppatosi all’Aquila circa il recupero di Porta Barete, rispetto a quella che finora appariva un’apatia quasi invincibile dei cittadini circa la ricostruzione costituisce un’inaspettata sorpresa. Lo dimostrano gli svariati interventi di importanti studiosi, associazioni culturali aquilane e cittadini apparsi sui media locali sia informatici che a stampa, i quali hanno espresso la loro piena adesione all’idea: elemento culturale significativo, questo, di cui i responsabili e gli attori locali, regionali e nazionali della ricostruzione non possono non tener conto.

Mi riferisco in particolare all’appello, diffuso il 7 novembre e fortemente supportato su Il Centro da Giustino Parisse, da ben cinque associazioni. Esse giustificano pienamente il recupero della fortificazione antemurale di Porta Barete e della riqualificazione dell’area di Santa Croce sottolineando, tra l’altro, che l’operazione urbanistica non è semplice estetica né nostalgico ritorno al passato, bensì un passo in avanti nel perseguimento, da un lato, di una migliore qualità di vita dei cittadini e, dall’altro, della stessa ripresa economica ed occupazionale del territorio grazie al turismo ambientale e culturale (sostenibile). Di qui la necessità di una ricostruzione altamente qualitativa dell’Aquila e dei suoi borghi – c’è certamente il problema dei fondi; ma intanto occorre sapere e decidere cosa e come ricostruire.

È vero che il dibattito in parola è stato occupato in gran parte, e complicato, dalle conseguenze che sugli edifici prospicienti Via Roma il progetto di recupero in questione comporterebbe. Il che non sorprende, attesi i molteplici interessi in gioco privati e pubblici, amministrativi e politici, tecnici e giuridici, culturali ed artistici. In definitiva, però, molte delle perplessità in merito derivano dalla semplice non conoscenza del monumento oggetto di dibattito e del progetto. Ho chiesto pertanto allo stesso autore della pregevole simulazione grafica di Porta Barete offerta nel citato appello del 7 novembre, Antonello Buccella, altri render in 3D di quello che dopo l’eliminazione del terrapieno e della riapertura dell’anti-porta diverrebbe pressappoco, urbanisticamente, l’area di Santa Croce fino a San Paolo di Barete.

Il render dell’area in parola che in questo articolo propongo ai lettori anzitutto riflette graficamente il contenuto della mia lettera del 24 giugno scorso al Sindaco: in essa invitavo sì a profittare dei lavori di allargamento di Viale Corrado IV per recuperare anche Porta Barete, ma – conscio delle difficoltà – senza fare cenno a delocalizzazioni, illustrando invece i vantaggi di cui gli edifici privati coinvolti beneficerebbero se si eliminasse l’ingombrante e deturpante terrapieno ottocentesco. Inoltre, faccio notare che il restyling proposto è del tutto indicativo, inteso solo ad armonizzare l’edilizia e l’urbanistica da ricostruire a quelle della città entro le Mura, comprese le famose 5 canne di altezza (circa 11 metri) per gli edifici stabilite come limite massimo, forse anche come norma anti-sismica, dal diploma 1254 di Corrado IV costitutivo della Città. Vi si vedano anche la cuspide di San Silvestro crollata prima della seconda guerra mondiale, la mai costruita cupola su San Paolo di Barete ma della quale si vede costruita la piattaforma di tamburo e, subito a destra entrando per l’anti-Porta, l’antico Corpo di Guardia, di cui alla pianta 1753 del Vandi.

L’ideale naturalmente – qui allargando il concetto all’edilizia che dagli anni Sessanta in poi del ‘900 ha sfigurato sia la cinta muraria che la facies stessa del centro storico – l’ideale, compatibilmente con le disponibilità, resterebbe la delocalizzazione degli edifici ‘incongrui’; od almeno, come detto nel mio volume L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio, la loro decurtazione, in modo che non superino le menzionate 5 canne di altezza. Ma questa è materia da negoziare tra il Comune e i privati, nel caso che questi ultimi, o perché incentivati dai vantaggi della legge regionale ex n. 49 come i premi di cubatura o per senso civico, dessero l’assenso.

Altri dubbi sull’operazione si manifestano circa i resti effettivi della Porta, resti che – si insiste a bella posta – non esisterebbero più, mentre basta recarsi sul posto per vederli; e circa il terrapieno di Via Roma, il quale sarebbe un fatto ‘storicizzato’, ragion per cui prima di cancellarlo occorre valutarlo con prudenza in sede disciplinare. In altro eventuale intervento potrò tentare di fugare tali dubbi. Per ora l’importante è quanto ancora osservano le associazioni nella già citata Nota del 7 novembre: che Porta Barete, cioè, costituisce il primo importante segnale di una volontà di ricostruzione migliorativa della città, da condurre nel quadro di “una progettazione partecipata secondo gli indirizzi codificati dalle scienze sociali” ed in vista di una vera rinascita del territorio.

Se il progetto non dovesse realizzarsi, foss’anche parzialmente, vorrà dire che la formula ricostruttiva del puro e comodo ‘dov’era e com’era’ – anche nei deturpamenti! – avrà avuto partita vinta. A tutto scapito, purtroppo, della qualità abitativa e della ripresa economica stessa della Città e del suo territorio.

Orlando Antonini