Fondazione Magna Carta, Anteprima Nannipieri “Libertà di cultura”

16 ottobre 2013 19:510 commentiViews: 8

La Fondazione Magna Carta, diretta dal Ministro Gaetano Quagliariello, pubblica nella sua home page un altro brano del nuovo libro di Luca Nannipieri“Libertà di cultura. Meno Stato e più comunità per arte e ricerca” (Rubbettino) in uscita oggi nelle librerie. http://www.magna-carta.it/ http://www.magna-carta.it/content/libert%C3%A0-di-cultura-meno-stato-e-pi%C3%B9-comunit%C3%A0
Ecco il testo:

Dare centralità alla persona e alle libere comunità che nascono nei territori; dare veramente libertà di azione, di gestione, di cooperazione, di reciproco soccorso alle migliaia e migliaia di comunità che sorgono spontaneamente nei paesi e nelle città: è questo un cambiamento radicale e urgente che serve all’Italia, e più estensivamente all’Europa, affinché i cittadini si riapproprino dei propri luoghi e, in special modo, di quei particolarissimi luoghi, come possono essere una pieve, un’abbazia, una biblioteca, un palazzo storico, un museo, dove si addensa una complessità di fattori che toccano l’uomo profondamente. Proprio perché attorno ad una chiesa, ad una biblioteca, ad una piazza, si condensano memoria, identità, senso di appartenenza, meraviglia, attaccamento, riflessioni, è giusto e doveroso che siano i cittadini stessi, in associazioni, in consorzi, in comitati, in cooperative o aziende, a prendersi cura, a gestire questi luoghi e a farli essere ciò che loro desiderano.

Il patrimonio storico-artistico partecipa intimamente alla vita della comunità che lo attornia. Tanto più si stacca il patrimonio da questa comunità, affidandone la cura e la tutela ad istituzioni ministeriali, con decisioni e scelte prese lontano dal posto dove insiste il patrimonio stesso, quanto più si crea una progressiva disaffezione dei cittadini, una progressiva lontananza se non addirittura l’indifferenza alle sorti di questi “speciali” luoghi pubblici.

Ecco dunque che, a fronte di una legislazione, sedimentatasi nell’ultimo secolo e mezzo, che assegna allo Stato e ai suoi Ministeri il compito prioritario e la potestà esclusiva di garantire e preservare i siti d’interesse collettivo tanto quanto la produzione artistica e culturale, occorre in sede politica e civile ribaltare questa filosofia che si è ampiamente consolidata in politica. C’è bisogno di più soldi alla cultura? C’è bisogno di più soldi ai musei, alle biblioteche, agli archivi, alle chiese? No, non è qui il centro del problema. Il vero cambiamento avverrà quando il “potere” sarà consegnato alle comunità dei territori. Saranno le istituzioni culturali, gli enti culturali, le associazioni culturali, i consorzi, le cooperative che si vengono a costituire nei territori a prendersi la responsabilità e a gestire autonomamente i luoghi e i simboli che in essi persistono.

La priorità per un cambiamento di prospettiva non è che lo Stato offra più soldi a fondo perduto, ma che si creino legislativamente le condizioni affinché si sviluppino autonomia, indipendenza di scelte, progetti e sperimentazioni, al di là e oltre il placet dello Stato.

Dare autonomia e indipendenza agli enti culturali significa renderli responsabili dei loro bilanci e delle loro proposte culturali: responsabili dei bilanci perché essi non sono più garantiti a priori dallo Stato; e responsabili delle proposte perché quest’ultime non sono più verificate o indirizzate da un organo superiore, ma soltanto dall’esito e dalle ricadute che hanno tra i cittadini.

Dare autonomia agli enti culturali (che potranno gestire musei, biblioteche, archivi, palazzi storici, ville signorili musealizzate, siti d’interesse artistico) significa produrre, all’interno di questi enti, lo stimolo a doversi guadagnare continuamente e progressivamente il consenso della popolazione, il desiderio di essere sentiti vivi e presenti dai cittadini; significa innescare il bisogno di migliorare la loro offerta, i loro progetti, la loro sperimentazione, il loro dialogo con il volontariato di zona, con le scuole limitrofe, con le amministrazioni del territorio, con le altre realtà similari presenti nelle vicinanze. Pena la sopravvivenza o l’estinzione dell’ente stesso, che non riuscendo a reggersi sia economicamente sulle proprie gambe che dialetticamente con il territorio su cui lavora, si spegne, come si spengono le cose degli uomini.

Nessun museo, biblioteca, archivio, festival o università deve essere preservato senza che siano gli individui e le comunità a volerlo. La cultura infatti non è un obbligo o un diritto, ma un desiderio.

Un museo come gli Uffizi può essere domani trasformato o chiuso, e le sue opere disperse, se così vorranno gli individui e le comunità. Il peso dello Stato deve pian piano regredire e permettere che le comunità si riapproprino dei loro patrimoni e territori e trasformino le loro culture come meglio credono, senza che vi sia un supervisore superiore che ne orienta le scelte con divieti o appoggi.

Per far questo occorre un cambiamento della Costituzione e delle leggi, l’abolizione delle Soprintendenze e degli Istituti centrali, l’abolizione dei finanziamenti garantiti a certi enti culturali, che ne discriminano altri, una revisione dei programmi scolastici e una profonda rivisitazione del concetto di volontariato.

Destrutturando in questo modo l’apparato verticistico dello Stato e costruendo parallelamente una legislazione più vicina alle comunità territoriali, si stimolano le due principali esperienze che innalzano il cuore umano: la libertà e la comunione.

Elisabetta Schiavi

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