Italia. Battistella: ECCO PERCHÉ’ LA CORTE EUROPEA HA BOCCIATO IL MARCHIO ‘100%ITALIA’. GRILLO, BERSANI, BERLUSCONI… SE CI SIETE, BATTETE UN COLPO

ECCO PERCHÉ’ LA CORTE EUROPEA HA BOCCIATO IL MARCHIO
‘100%ITALIA’.
GRILLO, BERSANI, BERLUSCONI… SE CI SIETE, BATTETE UN COLPO

MIRCO BATTISTELLA: L’EUROPA CI VUOLE MORTI!

”L’Europa ci vuole morti. A mo’ di Saturno, che era solito
divorare i
suoi figli. Ringrazio, a nome di tutti i produttori enogastronomici
italiani, il giornalista-cane da guardia Attilio Barbieri, che ha avuto
il coraggio di pubblicare un importante documento ‘segreto’ targato
‘made in UE’, ennesima prova provata della volonta’ europea non
solo di
non tutelare il prodotto italiano, ma anche, ben piu’ grave, di
valorizzare i prodotti di origine NON italiana, soffocando, di fatto, il
Made in Italy -e, effetto domino- un intero indotto. Suggestivo e’ il
quadro di Goya su Saturno, personalmente mi sento uno dei figli”.

Con queste parole, in una nota pubblicata su
www.proseccobattistella.com, il produttore 28enne veneto Mirco
Basttistella commenta il post, pubblicato alla pagina
http://www.etichettopoli.com/2013/03/la-carta-che-ha-ucciso-il-made-in-italy.html

sul blog del giornalista Attilio Barbieri.

”Mentre in Italia si fa un gran parlare di europeisti ed
euroscettici,
etichette che spesso i nostri politicanti si appiccicano autonomamente
in fronte, in Europa, da decenni, non solo ridono di noi, cercano pure
di soffocarci. Grillo, Berlusconi, Bersani, se ci siete, battete un
colpo. E’ scandaloso. E, oltre il danno, la beffa, i documenti
ufficiali
con i quali cercano di asfiassarci, spesso vengono ‘protetti’ dalla
casta europea e ritenuti ‘top secret’, come, appunto, quello
pubblicato
dal giornalista di Libero” contiene Mirco Battistella dalle pagine di
www.proseccobattistella.com.

”Nel post viene pubblicato il ‘parere circostanziato’ con
cui la
Commissione Ue ha detto no all’etichetta «100% Italia». Il cuore del
provvedimento, come evidenza Barbieri, si trova nel passaggio con cui
(Punto 1, commi 1 e 2) Bruxelles spiega perché la tracciabilità
rappresenta una «misura restrittiva» alla libera circolazione delle
merci all’interno del mercato unico europeo. In violazione degli
articoli 28-30 del trattato Ce.
Nel lungo post, pubblicata alla pagina
http://www.etichettopoli.com/2013/03/la-carta-che-ha-ucciso-il-made-in-italy.html,

si legge: ”Ecco il ragionamento utilizzato nel 2005 per affossare
la
norma appena approvata dal Parlamento italiano: «Il sistema del marchio
[100% Italia], introdotto per promuovere la commercializzazione di
prodotti realizzati interamente in Italia e il cui messaggio
pubblicitario sottolinea l’origine italiana dei prodotti interessati,
può indurre i consumatori ad acquistare i prodotti che recano il marchio
“100% Italia”, escludendo i prodotti importati».
Davanti al bancone del supermercato, avendo di fronte due prodotti
simili, uno marcato 100% Italia e l’altro anonimo e del tutto opaco
come tracciabilità e origine, il consumatore può essere indotto ad
acquistare quello trasparente… E questo, secondo i Soloni della
Commissione rappresenta un ostacolo alla libera circolazione delle
merci!
LA CORTE DI GIUSTIZIA. Ma c’è dell’altro. L’Eurogoverno – vi
confesso
che mi fa un po’ impressione definirlo così – per supportare il no
all’etichetta trasparente utilizza alcune sentenze della Corte di
Giustizia europea. In particolare una del 1975 in cui il tribunale della
Ue stabilisce un principio a dir poco discutibile: «per l’acquirente
non è necessario sapere se un prodotto abbia o meno un’origine precisa,

a meno che detta origine non implichi una determinata qualità,
particolari materie prime di base o un determinato procedimento di
fabbricazione o, ancora, un certo ruolo nel folclore o nella
tradizione della regione di cui trattasi». Vi confesso che mi viene la
pelle di cappone nel constatare che un’istituzione chiamata a giudicare
su principi alti, si permette di decidere unilateralmente cosa sia
necessario sapere oppure no. Non sono un costituzionalista ma ci vuol
poco a capire che i magistrati di Lussemburgo, così facendo, entrano
in conflitto con uno dei diritti fondamentali dell’individuo: quello di
essere informato., Siccome la tracciabilità e la trasparenza potrebbero
danneggiare i prodotti opachi e «reticenti» (mi vien da pensare alle
lasagne alla carne di cavallo), allora si dica no alla tracciabilità. E
questo è in sostanza quanto è accaduto. Scrive infatti la Commissione
europea: «La Corte ha considerato che, se i prodotti in questione non
rispondono a queste condizioni, il marchio d’origine non è
giustificato
e avrebbe, di conseguenza, “carattere manifestamente
discriminatorio”». Tanto è acclarato il principio che a un
consumatore
non deve interessare da dove provenga quel che porta in tavola. Come
hanno stabilito i giudici del Lussemburgo con la sentenza del 20
febbraio 1975., Ripeto quanto ho scritto nel post precedente: tutto
questo puzza maledettamente di soviet. Atteggiamenti di questo genere
erano la normalità nell’Urss dove a decidere cosa fosse lecito pensare
lo stabiliva il Politburo del Partito comunista. Che poteva contare,
fra l’altro, su tribunali totalmente asserviti all’ideologia
dominante.
Un organismo, sia pure sovranazionale, la cui Corte suprema arrivi a
decidere cosa debba interessare o meno ai cittadini è l’antitesi della
democrazia. Ma è con queste argomentazioni che Bruxelles ci ha bocciato,
nell’ordine, l’etichetta «100 Italia» – era il 2005 – e più di
recente
la legge Zaia sulle filiere trasparenti. Ogni ulteriore commento è
superfluo. Ora però capisco perché il «parere circostanziato» che ha
affondato la tracciabilità, è stato secretato”.