Il saggista Luca Nannipieri oggi sul quotidiano Il Giornale:”Il primitivismo delle politiche culturali del Partito Democratico è tutto in una formula: la cultura è un diritto difeso dallo Stato.

7 febbraio 2013 23:190 commentiViews: 14

Il saggista Luca Nannipieri oggi sul quotidiano Il Giornale:“Il primitivismo delle politiche culturali del Partito Democratico è tutto in una formula: la cultura è un diritto difeso dallo Stato.Una simile convinzione la sostenevano siail Partito Comunista Italiano negli anni Settantasia il Partito Fascista nel primo Novecento.Lo Stato che, arrogandosi la tutela dei diritti dei cittadini,li vuole educare, indirizzare e inibire,è una politica inconcepibile per una forza di governo nel XXI secolo” In allegato l’articolo Sul quodiano Il Giornale il saggista Luca Nannipieri riflette sulle proposte culturali che il Partito Democratico ha avanzato qualora arrivasse al Governo:  

“Il Partito Democratico ha diffuso il suo programma sulla cultura. Le proposte sono pressappoco le stesse del Partito Comunista Italiano nel 1974: per loro la cultura è un diritto della persona e tale diritto è garantito dallo Stato; il patrimonio culturale è un bene pubblico e lo Stato deve preservarlo; la ricerca è un nodo strategico e lo Stato deve farsene carico. Una simile visione statocentrica ce l’avevano il Partito Comunista negli anni Settanta e il Partito Nazionale Fascista nel primo Novecento. Il principio di fondo, pur graduato diversamente, è lo stesso: lo Stato regolatore che indirizza, educa e sceglie. Nella cultura il PD è il partito più arcaico: nell’Ottocento vi era chi contrastava lo sviluppo delle auto sostenendo ancora la biada e i cavalli; oggi la biada e i cavalli sono rappresentati da chi come il PD conserva un primitivismo culturale inconcepibile per una forza di governo.

Per il partito di Bersani la cultura è un diritto tutelato dallo Stato. Ed è sbagliato. La cultura è da sempre un desiderio. “L’imprenditoria pubblica non ha inventato Google” (Alberto Mingardi). L’opera di Primo Levi non è difesa dallo Stato, ma dai lettori e dalla Einaudi, cioè da un’azienda che la vende in tutto il mondo. Lo Zibaldone di Leopardi non è stato tradotto in inglese perché la cultura è un diritto, ma perché Silvio Berlusconi, sostenendo una libera petizione tra lettori del poeta, ha donato 100 mila euro per la traduzione. Da Gutemberg agli inventori di Google, da sempre la cultura si è ravvivata dove non vi sono sovrastrutture di Stato che la preservano come un bebé in culla.

Questo primitivismo culturale ha portato il PD a proposte necessariamente miopi: più soldi al Ministero dei Beni culturali, abolizione delle sue direzioni regionali, vaglio da parte del Mibac dei progetti di valorizzazione, impossibilità di cambio d’uso dei beni culturali, il sostegno privato non diventi privatizzazione. Insomma, invece che libertà, apparati, controlli, inibizioni. Nel programma vi sono anche emerite sciocchezze: per loro l’autonomia della cultura è garantita dal carattere pubblico degli investimenti. Storicamente è falso: gli investimenti pubblici più consistenti li fanno i dittatori, che impongono stili architettonici, programmi educativi e culturali, e di certo la cultura non è né libera né autonoma. Almeno uno studio sorvegliato della storia dovrebbe animare chi scrive i programmi politici”.

Francesca Briganti

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