Cultura & Società

Teramo. Ugo Pagliai e Paola Gassman a Teramo con “Wordstar(s)”

Ugo Pagliai e Paola Gassman a Teramo con “Wordstar(s)”

Martedì 29 gennaio 2013, alle ore 21 e in replica venerdì 30 gennaio alle ore 17 e alle ore 21, nel Teatro Comunale di Teramo, si svolgerà il quinto appuntamento dell’VIII Stagione di Prosa organizzata dalla Società della Musica e del Teatro “Primo Riccitelli”.

In scena il “Wordstar(s)” di Vitaliano Trevisan per la regia di Giuseppe Marini, con Ugo Pagliai e Paola Gassman.

“Sebbene poco incoraggiata, quando non decisamente maltrattata – si legge nelle note di regia – la nostra drammaturgia contemporanea mostra, malgrado tutto, importanti segnali di vitalità da cui si stagliano delle punte  avanzate  di  cui vale  la  pena  occuparsi. Un plauso e un ringraziamento particolari, dunque, al Teatro Stabile del Veneto e al suo direttore  per  questa esemplare e significativa controtendenza.

Wordstar(s) di Vitaliano Trevisan è, lo affermo subito e con imprudente faziosità, un testo importante, a suo modo, un classico. In primo luogo per la sua qualità meta-testuale e metadrammatrica, capace di fare del medium usato il proprio tema  e  la  propria narrazione. Il linguaggio e la scrittura diventano, in modo autoriflessivo, materiale del racconto, la forma stessa diventa sostanza narrativa.

Ulteriore motivo di originalità e fascinazione, Wordstar(s) è scritto senza  punteggiatura e con gli  “a capo” tipici delle strutture versali e funzionali alla proposta di  una  lingua artificiale, ricreata in provetta, che aspira a farsi distillato purissimo, partitura. L’artificio è tuttavia così abilmente condotto e sorvegliato da conservare al linguaggio il suo simulacro di quotidianità.

A ribadire la centralità tematica della  scrittura, insieme al titolo  (“Word” oltre al suo  significato in  inglese  – parola – è  anche, nel linguaggio del computer, un programma  di  scrittura) lavora un  sottotitolo, altrettanto  suggestivo: “ritratto  di  scrittore  come  uomo vecchio” (mi è parso subito il titolo di un quadro di F. Bacon e questa forte suggestione non ha mancato di reclamare i suoi diritti e le sue  urgenze in sede scenografica, nei costumi, nell’uso della  luce  e  del colore, appunto, alla Bacon).

Ma è la scelta dello scrittore a chiudere coerentemente il cerchio di questa profonda meditazione sulla scrittura. E quale altro scrittore se non Samulel Beckett, che ha dedicato (sacrificato) l’intera esistenza alla sua irriducibile ossessione per il linguaggio e che ha  spinto la letteratura e il  teatro al  limite delle loro (im)possibilità espressive, portandole al collasso per usura. Lo scrittore che, partendo dal presupposto  che l’immaginazione è morta  e la  vena  creativa  esaurita, corteggia l’idea della fine della  letteratura  e  della  parola  che  si  stempera  nel  silenzio da cui trae origine e a cui vuol fare ritorno. Lo scrittore più fedele all’idea dell’arte come fallimento inevitabile (“essere artista è fallire – scriveva – così come nessun altro ha il coraggio di fallire” o ancora “nessuna capacità di esprimere…insieme all’obbligo di esprimere”). Tenendosi al riparo dalla cronistoria o dalla biografia teatralizzata, Wordstar(s) narra (con libertà immaginativa che ha consentito possibili e pertinenti pennellate bernhardiane nella composizione del ritratto)  gli ultimi giorni – o forse ore – di vita del grande scrittore, colto nella  sua  quotidianità comicamente scandalosa. La vertigine del pensiero e il tormento creativo dell’artista si coniugano con la tragicomica goffaggine dell’uomo, letteralmente in mutande, e di un corpo, cervello compreso, che va in  malora e che impedisce le più elementari attività quotidiane, come tagliarsi le unghie dei  piedi. Al flusso monologante del protagonista fanno da contrappunto le due figure femminili di Suzanne e Billie – la moglie e l’amante – che  nel loro chiacchiericcio post mortem, logorroico e delirante, sembrano proprio (e così le ho trattate registicamente) due creature beckettiane nel loro teatrino purgatoriale…così da  avere sullo  stesso palcoscenico lo scrittore e il suo teatro in un alternante doppio registro con cui, a mio avviso, respira il testo-spettacolo.

Analogo trattamento, un po’ meno marcato, per la figura del giornalista – professore – biografo Knowson, che vagheggia fortune editoriali sulla vita di Samuel.

Ringrazio ancora chi ha ritenuto di dover affidare a me la cura registica di questo atto di nascita. Nel farlo ha forse tenuto conto di quella sorta di primo amore per il gigante irlandese come nulla osta ad occuparsi di Wordstar(s), o, forse, per favorire un avvicinamento di due beckettiani incalliti, quali Trevisan e me…

E grazie a Ugo Pagliai che ha immediatamente creduto nel progetto abbracciandolo col coraggio e la spericolatezza del grande artista della scena…anche se abbiamo immediatamente escluso di lavorare in maniera mimetica alla costruzione di questo ritratto, fare Beckett non era uno scherzo…guardatelo e ascoltatelo: una meraviglia”.

Note dell’autore

WordSta(s)r – si legge nelle note dell’autore Vitaliano Trevisan – il più diffuso programma di scrittura prima dell’avvento di Microsoft Word. Niente più stelle, solo parole. Allo stesso modo, come un programma di scrittura ormai obsoleto, si spegne un vecchio scrittore, Samuel – direttamente ispirato alla figura e alla biografia di Samuel Beckett – incalzato dal ricordo della moglie e dell’amante, entrambe inaspettatamente morte prima di lui, e tormentato dalla presenza del direttore di una rivista di studi a lui dedicata, che cerca di carpirgli un’ultima “illuminante” dichiarazione”.

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