“Bellaterra”, il nuovo spettacolo dei Quelked Cesare, “il sogno condiviso di una Sicilia redenta e viva”. Intervista al fondatore Cesare Lo Leggio.

3 gennaio 2013 20:090 commentiViews: 18
“Bellaterra”, il nuovo spettacolo dei Quelked Cesare, “il sogno condiviso di una Sicilia redenta e viva”. Intervista al fondatore Cesare Lo Leggio.

BELLATERRA” è il nuovo spettacolo che i Quelked Cesare presentano in anteprima assoluta il 3 gennaio al Teatro Sociale di Canicattì (Ag). Fra musica e teatro, tra canzoni e narrato, in lingua e anche in dialetto, fra canzone d’autore e rock, in una contaminazione intesa come continua ricerca, il gruppo si presenta con una musica che “unisce sempre, anche se non ci si vede, non ci si conosce” perché “apre strade sconosciute dentro, nel cuore. Ci coinvolge in un’unica emozione”. Sono parole di Cesare Lo Leggio, fondatore e autore dei pezzi. L’intervista.
Più facile o più difficile negli anni cantando della nostra realtà “dare a Cesare quel che è di Cesare…”?Il nome Quelked Cesare è stato suggerito qualche anno fa dai ragazzi del mio gruppo. Un simpatico gioco di parole che rispecchia la specificità dei Quelked che è quella di eseguire brani scritti interamente da me. Se poi vogliamo approfondire il significato della citazione è chiaro che si intende la necessità di dare a ciascuno il suo, quel che gli spetta o s’è guadagnato, dunque un invito alla giustizia, un richiamo ad attribuire i meriti a chi li ha e non a coloro che se ne appropriano. Credo sia sempre stato difficile cantare tutto questo, dal momento che da sempre la realtà presenta ingiustizie, diseguaglianze, brutture determinate dagli egoismi e dalle infinite ipocrisie del mondo. Un mondo dove troppi cercano di predominare sui deboli. Riconoscere il proprio ruolo, difendere i diritti, dare appunto a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, al di là dei significati teologici, può essere un primo passo per la costruzione di una società giusta e pacifica fondata sulla promozione dei valori comuni, quali la famiglia, la difesa della vita, la solidarietà con i più poveri, la pace.

Il titolo “Bellaterra” di questi tempi potrebbe suonare ironico: invece, il vostro intento vira davvero al positivo… giusto?

“Bellaterra” è quello che stiamo cercando, è la ricerca di noi stessi, è la coscienza della bellezza della nostra terra, qualunque essa sia. Il nostro comune obiettivo è quello di trasmettere con sincerità e passione l’amore per la nostra terra e per il suo antico orgoglio. Bellaterra rappresenta il sogno condiviso di una Sicilia redenta, viva, dai contorni nitidi e reali, attraversata dal vento del cambiamento e del riscatto, onorata da uomini e donne che con fierezza e determinazione lottano giorno dopo giorno perché questo sogno si realizzi. In questo senso il nostro intento è assolutamente positivo, cantare di questa nostra terra, dolente ma superba, come luogo dove emergono forti i sentimenti e la rabbia, la passionalità e il coraggio, le debolezze che si trasformano in forza.

Ma Bellaterra, metaforicamente, può rappresentare qualsiasi terra, intesa come patria da difendere, da amare, o nella quale tornare, culla delle nostre speranze , delle nostre aspettative, dei nostri desideri.

Ci parlate della formula delle vostre esibizioni live? in che cosa e come è cambiata nel tempo?

Quando propongo al gruppo un pezzo nuovo lo spiego, racconto come è nato, da quali emozioni o suggestioni è scaturito, lo faccio ascoltare con la chitarra e la voce. Successivamente ogni componente offre il suo contributo musicale, suggerisce arrangiamenti, variazioni, ognuno secondo la sua sensibilità, finché il brano, costruito a poco a poco, diventa di tutti.

Nelle nostre esibizioni live, poi, coniughiamo musica e parola, testi cantati e percorsi narrativi o poetici sostenuti da una voce narrante, nell’idea di fondere elementi non solo musicali, ma anche letterari, teatrali, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti sonori e di un linguaggio originale e personale.

L’accoglienza del pubblico cambia di luogo in luogo?

Ovviamente il pubblico varia a seconda di dove ci esibiamo. Il teatro è sicuramente la nostra dimensione migliore. Il pubblico viene per te e si emoziona con te.

Quali canzoni inedite presenterete a Canicattì?

Ad eccezione de “I Mille Garibaldi”, brano presentato al Biella Festival ed edito, sono tutte canzoni inedite, e sono tutte mie, tranne “La Libertà” scritta da Raimondo Moncada, attore teatrale, scrittore e voce narrante dei Quelked. Presentiamo, inoltre, un brano scritto su testo poetico di Angela Mancuso, e due brani su testi di Pietro Tornambè. Riproporremo, inoltre, pezzi tratti dall’album “Catullo in Sicilia”, carmi del celebre poeta latino tradotti in dialetto e messi in musica con arrangiamenti inediti e sonorità accattivanti. Una novità assoluta sarà l’esecuzione di due brani scritti recentemente e mai proposti in pubblico: Karapiru e Buon Natale.

Direttamente o indirettamente ci sono riferimenti ad altri artisti nelle tue composizioni?

È chiaro che le influenze ci sono. Siamo tutti frutto delle nostre letture, delle cose che abbiamo ascoltato, ovviamente filtrate dalla nostra coscienza e personalità.

Credo che se De Andrè o Tenco nascessero adesso nessuno li ascolterebbe. Viviamo in un mondo da cambiare, quasi interamente legato a logiche commerciali affaristiche che poco hanno a che fare con l’uomo e soprattutto con l’Arte, quella con la A maiuscola. Ho conosciuto Buttitta, Rosa Balistreri, e ho avuto l’onore di aprire un concerto degli Inti-illimani. Inoltre ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare ricco di stimoli culturali. I miei fratelli erano all’avanguardia.

Mio fratello Salvatore, che ha collaborato all’album Catullo in Sicilia, ha una casa dove i libri la fanno da padrone e lui quasi dorme fuori. Mio fratello Vittorio ha una stanza piena di rarissimi 33 giri di gruppi e cantanti che hanno fatto la storia del Rock e della canzone d’autore italiana.

Tutte queste esperienze hanno indubbiamente influenzato e formato la mia personalità artistica.


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