Giulianova. Ludovico Raimondi, il piacere della normalità, di Lino Manocchia

28 aprile 2012 09:350 commentiViews: 40

Abruzzopress

– Le interviste di ABRUZZOpress

Ludovico Raimondi, il piacere della normalità

di Lino Manocchia

Affabile, premuroso, cortese, metaforico, pesa le parole, non alza la voce se non quando, raramente, è necessario, come dice lui: “quando ci vuole, ci vuole”. Niente sembra scomporlo. E si che la sua carriera offre lo spunto a tanti contrattempi giornalieri che egli risolve con assoluta  semplicità e bravura.

Ludovico Raimondi, giornalista

Ludovico Raimondi, giornalista

E’ il “deus ex machina” del sito internet “Giulianovailbelvedere.it, e dirige gli sviluppi quotidiani del “sistema” con abilità. Si chiama Ludovico Raimondi, 61 anni, dinamico e prolifico, segue gli avvenimenti, legge attentamente la ‘prosa’ quotidiana dei suoi collaboratori, e  offre “prodotti” che i lettori leggono avidamente.

La sua voluminosa cornucopia giornalistica offre dozzine di testate di giornali, riviste con le quali ha collaborato, da il Messaggero, Il Centro, Derby, Il Resto del Carlino e Bici Sport di Sergio Neri a Il Tempo, Tutto sport e Corriere dello sport, per citarne alcuni.

In campo pubblicistico ed editoriale, si ricordano tra l’altro le due edizioni del libro “Gaetano Braga, suggestioni in letteratura”, i brevi saggi sugli illustri giuliesi, l’umanista Vincenzo Bindi, il pianista Giuseppe Braga, il pittore Vincenzo Cermignani. Una lunga collana di esperienze, tra le quali la docenza in un istituto superiore, che fa da sfondo alla sua professione di Funzionario del Comune di Giulianova, Responsabile del Settore Cultura, Sport e Tempo Libero che compendia Turismo e Manifestazioni e la conduzione della Biblioteca e del Polo Museale Civico. Dopo quattro anni di proficua e intensa collaborazione che ci ha fatto conoscere più a fondo, il cronista ha avuto l’idea di sottoporre “20 domande” a Ludovico Raimondi per rimarcarne il profilo come in un confessionale.

Eccone il risultato, che “Abruzzo Press” ospita cordialmente.

Come nacque la tua passione per la carta stampata?

«Io parlerei scrivendo e scriverei parlando. Fu così che, intorno al 1970, il collega giuliese Francesco Marcozzi mi chiamò a sostituirlo nelle corrispondenze per Il Messaggero e il Corriere dello Sport. Anche il compianto e signorile Mario Santarelli mi ebbe in simpatia e mi propose di collaborare per Rai Abruzzo. Per leggerezza giovanile rifiutai, ma il virus del giornalismo era entrato in me».

Hai sempre scritto quello che hai voluto?

«No. La mia professione in Comune mi obbliga al rispetto di re-gole deontologiche. La mia coscienza, invece, mi detta un codice

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di autoregolamentazione etica e morale. Per esempio, non pubblico mai una espressa confidenza-»

Il giornalismo ha tante regole, quale più raccomandi ai giovani?

«Il buon senso e tornare a rispettare le regole.»

La chiave del tuo successo?

«Parola grossa, successo. Cerco di guadagnarmi un po’ di credibilità non ingannando i lettori usando le notizie come pezzi di costruzione per bambini.»

Cosa vuole oggi, il pubblico?

«Fondamentalmente la verità, apparentemente…l’apparenza. O viceversa.»

C’e’ talento senza entusiasmo?

«Sarebbe un talento sprecato o non compiutamente espresso.»

Cosa più ti esalta?

«Anche una sana e umana banalità. Mi lascia indifferente, invece, lo stupefacente ad ogni costo.»

Ti consideri un custode della tradizione?

«Essendo un…diversamente giovane, considero la tradizione un tesoro inestimabile di valori senza i quali la cultura e la storia di una comunità regrediscono.»

Primo dovere di un direttore?

«La professionalità e il buon esempio, nella consapevolezza della fallibilità umana.»

Rifaresti tutto quello che hai fatto?

«Non tutto. Sa di ipocrisia e autoassoluzione sostenere il contrario.»

Pensi piu’ al passato o guardi al futuro?

«Penso al passato per crearmi motivazioni verso il futuro.»

Superstizioso?

«Direi di no. Invito a rileggere “Non è vero ma ci credo” di Peppino Di Filippo.»

Vorresti conoscere il tuo futuro?

«Per niente. Toglierebbe il fascino, l’ansia e il pathos che sono il motore della scoperta quotidiana, anche sofferta, del mistero della vita.»

Cosa c’e’ in te di abruzzese?

«L’amore viscerale per le persone e le cose care.»

Ami più il calcio o il tennis?

«Sono come due figli diversi, ma non c’è distinzione di amore. Il calcio è nel dna di famiglia e di giuliese, il tennis è lo sport che pratico di più.»

Ti senti un campione della racchetta?

«Manco per sogno. Gli amici del circolo mi accostano a McEnroe – per presa in giro – per la mia ricerca del tocco prima ancora del punto. Ho la genialità grezza di un praticante per passione e autodidatta per ore e ore davanti alla tv, quando la tv era degna di questo nome.»

Gli abruzzesi hanno più intelligenza o carattere?

«In buona dose, entrambe le doti, condizionate però dal provincialismo e dalla paranoia di chi non sa se è il più sudista del nord o il più nordista del sud.»

Il nostro piu’ amabile vizio?

«La gola o la cucina. Che è poi una nostra grande virtù, compreso il boom dei nostri vini.»

Il piatto preferito?

«Il brodetto di “vecchie”, i granchi di mare. Lo mangiai da bambino sul motopeschereccio di famiglia, preparato dai marinai dopo una battuta di pesca. Ne avverto ancora oggi il sapore, a distanza di oltre 50 anni.»

Ti piace sentir suonare le trombe della fama?

«Sarò diventato sordo, ma non sento questi squilli di trombe, semmai i rintocchi delle campane della normalità. Un patrimonio che si sta dissipando.»

L.M.

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