Teramo e Provincia

Teramo. Criminalità organizzata, mafie orientali e sudamericane occupano luoghi insospettabili per saldare interessi malavitosi globali. Mentre la Cina ci compra, ci copia e ci domina in un vero e proprio assalto alle nostre imprese.

Criminalità organizzata, mafie orientali e sudamericane occupano luoghi insospettabili per saldare interessi malavitosi globali. Mentre la Cina ci compra, ci copia e ci domina in un vero e proprio assalto alle nostre imprese.

Preoccupano seriamente le relazioni della Direzione nazionale Antimafia e del Dipartimento per l’informazione e la sicurezza. L’Abruzzo non è più un’isola felice. Tutte le mafie tentano di saldare i propri interessi sulla pelle dei cittadini e delle imprese sane. Altro che Kebab, il panino farcito con animali barbaramente sgozzati secondo ancestrali rituali di macelleria orientale che farebbero inorridire chiunque ne fosse informato! Mentre l’invasione dell’Italia dal Nord Africa è in corso, pare sia giunta l’ora di svegliarsi anche sul fronte della sicurezza democratica interna dei nostri territori. Due pesanti realtà (l’affondo delle mafie orientali, in particolare cinesi, con la concorrenza sleale dei procacciatori di imprese in fallimento e il tentativo delle mafie nostrane di saldare pericolosi malavitosi globali) si sono prepotentemente affacciate nella nostra realtà regionale. I servizi segreti nei loro Rapporti ufficiali al Parlamento italiano, sembrano non avere dubbi: c’è l’ombra della mafia cinese sul business commerciale in grande espansione in tutta Italia.

L’ottusa applicazione di “regole” europee sull’agevolata e libera concorrenza, corrono il rischio di aprire le porte a cospicui capitali mafiosi per l’acquisizione di imprese deboli grazie al sistema delle scatole cinesi. Il quadro tracciato dal Dipartimento per l’informazione e la sicurezza, è eloquente.

Tra le criminalità emergenti, non solo quella sudamericana. Le infiltrazioni cinesi sono il fenomeno preoccupante che si sviluppa secondo dinamiche diverse da quelle adottate dalla criminalità organizzata tradizionale. Anche perchè si confondono facilmente con le attività imprenditoriali di stessa provenienza ma “pulite”. E’ su queste attività che la malavita cinese punta la sua attenzione per attecchire nelle province e nei territori più piccoli. La criminalità organizzata cinese crea insediamenti propri, puntando anche al controllo delle attività economiche impiantate da tanti connazionali onesti, presenti da tempo in Italia. Ed è sulla “chiusura” e nel particolarismo tipici delle attività imprenditoriali cinesi che la mafia asiatica punta ad affondare i suoi artigli di drago. E se Cosa Nostra è “in difficoltà” e la camorra dei Casalesi “in declino”, la ’ndrangheta resta la realtà criminale più “solida” perchè lavora ancora sul doppio binario del riciclaggio di capitali sporchi e del controllo del mercato, sempre florido, della droga. E’ nel commercio, nell’edilizia e nel settore immobiliare che si insinua con maggiore frequenza la camorra, attenta però a non entrare in collisione con la ’ndrangheta molto attiva negli stessi settori. Le due organizzazioni, pur di non farsi ombra, sono disposte a stringere patti, soprattutto quando il business lascia spazio a entrambe.

Nel centro Italia è la mafia siciliana che si muove più agevolmente, riuscendo a rimanere sempre nell’ombra ed a controllare e investire gli ingenti flussi di denaro di cui dispone dirottandoli proprio nel “polmone verde” d’Italia, approfittando del suo carattere di bassa sospettabilità.

Per rafforzare le proprie casse, le cosche italiane puntano soprattutto a infiltrarsi negli appalti pubblici: dal comparto sanitario a quello turistico, dall’agro-alimentare ad ambiente, dall’energia alle grandi opere. E le piccole realtà, considerate terreno fertile proprio perchè considerate fino a qualche tempo fa “oasi” di vivibilità, non sono certamente esenti da questi tentativi di approccio. Rispetto a quella italiana, più autonoma e competitiva si manifesta la criminalità straniera, che ricorre spesso a gang giovanili per condizionare la concorrenza, come hanno fatto la malavita cinese e quella sudamericana. Senza risparmiare, tra molte regioni italiane, quelle che vengono definite incautamente come “insospettabili”.

Certamente esiste la “buona” Cina che compra oggi il debito spagnolo, disposta ad acquistare titoli europei del debito sovrano, per evitare tensioni sui mercati finanziari e una crescita rovinosa dei rendimenti. La moneta di scambio dei cinesi è forte: il governo di Pechino vorrebbe dall’Unione Europea carta bianca al libero accesso delle proprie aziende ai mercati europei. E il sospetto che la Ue sia disposta a chiudere entrambi gli occhi verso (non solo) le imprese cinesi e la loro politica di “dumping”, in cambio di un sostegno concreto di Pechino in questa fase di crisi europea del debito che minaccia l’esistenza stessa dell’euro (la crisi libica sembra il “detonatore perfetto”), appare sempre più credibile.

La Cina detiene già il possesso del 20% del debito spagnolo e intende giocare un ruolo geo-politico ed economico importante in Europa e nel Mediterraneo, attingendo all’abbondante possesso di riserve valutarie, frutto di un tasso di cambio sottovalutato, ponendosi sullo scacchiere internazionale come i nuovi Stati Uniti d’America, anche sotto il profilo militare. Quindi il sospetto che i cinesi si prendano le società italiane solo per carpirne le capacità tecnologiche e trasferirle in Oriente, è più che fondato. Forse siamo già di fronte a un vero e proprio assalto alle nostre imprese: una strategia radicale e capillare che approfitta delle conseguenze della crisi economica per acquisire società italiane, carpirne il “know how” e trasferirlo nel Celeste Impero. Magari prima di chiuderle in Italia, mandando all’aria migliaia di posti di lavoro “italiani”.

L’intelligence segnala il fenomeno al primo posto tra le “sfide crescenti”. L’obiettivo è chiaro: depauperare il patrimonio tecnologico ed alterare le condizioni di mercato, nei settori delle telecomunicazioni e dell’elettronica. Queste minacce alla sicurezza economica nazionale e al sistema Paese si fanno molto insidiose per i pesanti strascichi della crisi economico-finanziaria, che ha accresciuto la vulnerabilità del tessuto produttivo. Per questo non abbiamo bisogno di un nuovo conflitto armato nel Mediterraneo che farebbe gola soprattutto a quelle mafie, in vista di possibili “affari” capaci di saldare i loro interessi internazionali.

Per l’Abruzzo questi scenari da incubo sarebbero più catastrofici di qualsiasi evento naturale. Come si reagisce al massiccio attacco alle nostre imprese più appetibili, in un momento in cui sono appunto indebolite dalla crisi? Siamo vicini alla Magistratura ed alle Forze dell’ordine che già stanno lavorando alacremente per smantellare i piani mafiosi nella nostra regione. Ma invitiamo a tenere altissima la guardia anche sul fronte delle criminalità orientali emergenti che, direttamente e indirettamente, potrebbero inquinare il tessuto economico più sano e produttivo dell’Abruzzo: il comparto turistico.

La classe politica italiana deve offrire una risposta immediata, perchè la sola impressione di essere indifesi, aggrava il quadro della situazione. E dalle banche alle biotecnologie, dall’energia all’ottica, tutto diventa più interessante ed appetibile per alcuni investitori stranieri senza scrupoli, disposti a tutto pur di rilevare imprese in fallimento con la finta promessa di una restitutio ad integrum.

La relazione dei servizi segnala tra gli aspetti emergenti, “il radicamento delle aziende gestite da imprenditori di origine asiatica, in costante progressione in molteplici settori prevalentemente capital intensive, anche con l’obiettivo di utilizzare il territorio nazionale come polo logistico per accedere al vasto mercato europeo”. Nazioni come Usa, Canada, Australia, Giappone, Russia e la stessa Cina, prevedono meccanismi di controllo e di autorizzazione degli investimenti stranieri per salvaguardare interessi nazionali strategici. L’Italia deve farlo capire all’Europa. Siamo aperti al mondo, mica fessi.

Teramo, lì 10 Marzo  2011                                 Segreteria Provinciale Lega Nord

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