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February , 2012
Monday

GiulianovaNews

"Giulianova News Notizie. www.giulianovanews.it Il primo giornale online sulla Città di Giulianova. Diretto da Walter De Berardinis"

Al Signor Sindaco del Comune di Giulianova Al Presidente del Consiglio Comunale del Comune ...
Si informa che il Comitato Regionale FIPAV ABRUZZO attraverso una nota trasmessa nei giorni scorsi a ...
Il Dirigente della 2^ Area, Avv. Andrea Sisino, ha convocato per Martedì 7 Febbraio 2012, ...
AVVISO URGENTE: TUTTE LE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO PRESENTI SUL TERRITORIO COMUNALE RIMARRANNO CHIUSE ...
qa Elisa Di Biagio Coordinamento del Salotto culturale 64100-Teramo tel. 0861244763, fax 0861245982 www.prospettivapersona.it
Legambiente su Fater a Pescara: «Buone le politiche di sostenibilità dell’azienda, criticità nella ...
Discutere a proposito del mercato del lavoro risulta un’operazione complessa, tuttavia è doveroso considerare ...
On-line il bando di “COMUNICARE CON LE IMMAGINI”: 1° Corso nazionale gratuito per disabili ...
Emergenza neve, sospese attività didattiche anche martedì e mercoledì ...
Legambiente sul “Patto per il Territorio” proposto dal Comune di Vasto: «Iniziativa positiva per ...

Archivio della categoria ‘Italiani all’Estero’

USA. Il filmaker FLAVIO SCIOLE’ sarà proiettato a New York il prossimo 4 Febbraio all’interno dell’evento “Kairos Interruptus”

Postato da admin Il 4 febbraio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Il filmaker FLAVIO SCIOLE’ sarà proiettato  a New York il prossimo 4 Febbraio all’interno dell’evento “Kairos Interruptus” presso Vaudeville Park di Brooklyn, New York. Meno di venti gli artisti selezionati da tutto il mondo (Usa, Russia, Turchia, Canada, Italia, Gran Bretagna).Nel 2011, Sciolè è stato presente-proiettato  a decine di Festivals  tra cui Rooftop Benefit Party (New York), Visioni Acustiche ( MACRO di Roma), One Minute Film & Video Festival (Svizzera), Istituto Italiano di Cultura (New York).

FLAVIO SCIOLE’(Atri,1970). Agisce come attore, regista, performer da circa venti anni ed opera prevalentemente nella sperimentazione e nella ricerca rispetto a video(anticinema), teatro(antiteatro) e performance. Circa  300 i lavori video proiettati-premiati-segnalati in Italia ( Rai Uno, 52a Esposizione Internazionale D’Arte La Biennale di Venezia, Romaeuropa, Roma3filmfestival) e nel mondo: Francia, Portogallo, Marocco, Grecia, Finlandia, Romania, Usa, Lituania, Macedonia, Argentina, Inghilterra, Germania, Russia, Spagna, Svizzera, Tunisia, ecc. Da anni gli sono dedicate retrospettive (2011: New York) e scritti (Nocturno, Segno Cinema, Close-up, siti specializzati).

USA. UN ABRUZZESE INSEGNA lTALIANO ALLA iCONA DEL WESTERN

Postato da admin Il 31 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Riceviamo e Pubblichiamo

UN ABRUZZESE INSEGNA lTALIANO

ALLA  iCONA DEL WESTERN

Un tuffo nela vita della grande star,insieme al figlio Ethan.

nella foto con Bob Hope, Ronald Regan e Dean Martin

di  Lino Manocchia

Centocinque anni fa (20 maggio 1907) , nasceva a Winterset,minuscola cittadina dello Iowa, John Wayne, pseudonimo di Marion Mitchell Morrison, soprannominato “ Big Duke”(Duca),per l’abitudine di farsi accompagnare ovunque dal suo terrier di nome “Little Duke. Da adolescente John lavoro’ in una gelateria per un uomo che produceva ferri di cavallo per Hollywood. Presto si  appassiono’  al foot- ball, tento’ di entrare nell’Accademia Navale, ma non riusci’ a raggiungere il punteggio necessario. Grazie ad una borsa di studio ottenuta per le sue doti atletiche, mentre giocava nella squadra  inizio’ a lavorare negli studi cinematografici, rimediando alcune parti minori  grazie al leggendario cow boy-attore Tom Mix, al quale forniva  i biglietti per le partite di football. ,

Duke personifico’ in maniera esemplare il ruvido masochista, ed  oggi e’

considerato una leggenda del cinema,tanto che nel 1999 l’American Film Institute lo ha  nominato l’ottava star tra i migliori  di Hollywood

Riassumere la vita e la carriera di  Wayne richiederebbe una ciclopica  encyclopedia.

Inconfondibile per il suo tono di voce, ( accanito fumatore) il modo di camminare,  l’immancabile cappello da cow boy ed il nominato ottavo tra le piu’ grandi star maschili di tutti i tempi. Il fucile che maneggiava con rapidita’ invidiabile,costruirono nel tempo un impareggiabile attore che, senza strafare accumulava 142 film uno piu’ avvincente dell’altro. Wayne dal 1950 al 1970 incamero’  3 Oscar- che festeggiava ad ogni ricorrenza con un cerimoniale tipico di Hollywood- ..Furono i  film: “Sand of Ivo Jima” (aprile 50), “The Alamo” (1961) e  “True Grit” (aprile1970), contornati da vari altri premi artistici ed onorificienze.

Fortunatamente, ad aiutarci a riscoprire la vita di questa icona,e’ il figlio, ,il quarantanovenne John  Ethan Wayne,secondo genito concepito da Pilar, terza moglie dell’attore. Come noto,  John Wayne  sposo’ tre mogli, che crearono 7 figli e 15 nipotini.

Il cronista ebbe il piacere di parlare con  Big Duke  in occasione di una prima mondiale a New York e lo ricorda in maniera speciale, per un dettaglio “curioso”:’ la star per augurare buona sera, disse “ Buenas dia, como sta’?” Poi aggiunse, con  voce pacata:” MI piacerebbe girare un film a Roma,nel Colosseo, col mio cavallo bianco. Io ho imparato un poco l’italiano grazie al mio amico Dean Martin,un grande artista, col quale ho girato diversi film.”

Ethan .come prevedibile, venne avvinto dal  cinema sin da giovane eta’.  recitando il  ruolo di primo attore nel cinema e televisione ,in alcuni film paterni come “Big Jack,” un western del 1971 e  quindi come “cascatore”…

Ethan accompagnava spesso il padre al lavoro, affascinato dai serpenti, contenuti in  gabbie speciali, che le Case raccoglievano per scene da girare.

Chissa’ quanta memorabilia  l’erede Wayne possiede?

“Personalmente ho un bronzo di cavallo e cowboy ed un “pistolone”,

che papa’ uso’ in un film, accompagnato da una  scritta:”Attento, questo oggetto fa male.”

” Duke divenne amico del grande regista John Ford il quale diresse una ventina di ottimi films, nel corso di 30 anni, interpretando i suoi ruoli piu’ celebri a partire da quello di Ringo Kid in “Ombre rosse” (1939) il western che diede la svolta alla sua carriera,proseguendo con la  trilogia

sulla cavalleria,comprendente” Il massacro di Fort Apache”,”I cavalieri del Nord Ovest” e “Rio Bravo”.

Ma  i primi film a colore piacquero a Big Duke?

‘Papa’, dice  Ethan,” nel 1941, era entusiasta. .L’anno seguente apparve nel tecnicolor “Vento selvaggio”recitando accanto a Ray Millard e Paulett Godard, Memorabile il film  “Iwo Jima” e “Deserto di fuoco” (1949).

Chi ha\ scelto il tuo nome Ethan ?

“L’interpretazione  del personaggio di Ethan Edward in “Sentieri selvaggi”

viene considerata una delle migliori  di mio padre ed egli  scelse  quel  nome.
” Da Ethan ci interessava conoscere, qual’ era il  film preferito-non western- dal genitore

“Sand of Jima” e “Wake of the red Witch”.

Dopo tutti questi anni sfumati dal tempo, il nome John Wayne ha subito scoloramenti?

“Quando papa’ ci ha lasciato aveva un patrimonio di mezzo miliardo  di dollari .Un bel giorno  creammo una”Foundation Institute” al suo nome, che tutt’ora funziona soddisfacentemente..”

Come detto numerose le onorificenze, che Wayne teneva a mostrare agli amici, come  l’invito alla  Casa Bianca per  la medaglia High Honor del Congresso, poi  la Presidential Medal  of Freedom dal Presidente Carter.

La voce del grande cow boy venne doppiata da una schiera di olttimi artisti italiani, con Romolo Costa in testa, che doppio’ i primi film della carriera di Wayne, quindi Mario Pisu,che sudo’ per rendere  reale possibile il “linguaggio”  di Wayne nel film  “Il massacro di Forth Apache”, ed.anche Mario Foa’ effettuo’ un ottimo doppiaggio per  “Le ali delle aquile”,  .

John Wayne mori’ 98 anni or sono all’eta’ di 72 anni, per un tumore allo stomaco e venne sepolto nel cimitero di Corona del Mar in California.

Tsunami in casa di Alejandra Daguerre *

Postato da admin Il 31 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Tsunami in casa

di Alejandra Daguerre *

BUENOS AIRES – Non è un giorno come qualsiasi altro … Non è stata una notte come qualsiasi altra … Abito in un condominio orizzontale e nella tranquillità dell’alba si sono cominciate a sentire le grida di un forte litigio di coppia: insulti, porte che sbattevano, bambini che correvano per i corridoi disperati chiedendo aiuto, minacce, colpi… Ci siamo ritrovati insieme ad alcuni vicini lì, davanti alla porta, confusi, cercando di fare qualcosa per frenare la violenza… sconvolti, impotenti, desiderosi di moderare una situazione che in pochi minuti aveva provocato più danni di uno tsunami.

Non veniamo al mondo con un manuale per la vita, ma con una storia. Ci formiamo con l’esempio dei nostri genitori, le istituzioni e l’ambiente socioculturale e così — fin dalla nostra nascita — costruiamo pian piano, seguendo la nostra modesta capacità di capire, la miglior maniera di comportarci. In questa diversità d’esempi e di stili formiamo le nostre coppie e ci lasciamo andare all’avventura della convivenza, a cui arriviamo con una “overdose d’amore e idealismo”.

Siamo predisposti a capire e giustificare gli atteggiamenti di chi amiamo, e quando la realtà ci sveglia, ci sembra inaccettabile e vergognoso che il nostro rapporto di coppia sia cambiato. Così, senza rendercene conto, ci troviamo già in una situazione rischiosa: stiamo vivendo “una situazione violenta”. Facciamo fatica ad accettarlo, ad ammettere che questo non è amore, cerchiamo invano di capire certi comportamenti usando la logica e poi la giustifichiamo con paura e vergogna. Ci sottomettiamo, crediamo nel cambiamento magico, nella seguente catena di promesse, ci inganniamo, ci copriamo, nascondiamo la polvere sotto il tappeto …

C’è sempre una prima volta … il mondo ci viene addosso e la desolazione ha preso il posto delle cose migliori, dello sforzo di tutta la vita. Le cose più belle erano lì: l’amore, la casa, la famiglia, la felicità … com’è difficile capire che il vento della violenza ha abbattuto tutto con un soffio come se fosse stato un castello di carte … e che fatica facciamo a capire che se non la fermiamo fra poco crescerà di più … sempre di più …

Non sogniamo più … sopravvengono gli incubi. Vogliamo pensare che tutto è stato un fatto isolato e cerchiamo di convincercene. Lo sappiamo … dentro di noi abbiamo la certezza che qualcosa non va, ma nonostante tutto decidiamo di andare avanti. La spirale di violenza non è cominciata lì, è cresciuta a poco a poco nel silenzio del dolore. La spirale di violenza non finirà magicamente: ha bisogno della tua azione, ha bisogno di limiti, ha bisogno di distruggere il modello vizioso. Non aspettare i colpi per denunciare e cominciare a cambiare. Non andare più in là per renderti conto che si tratta di brutalità … non maltrattarti!

La violenza domestica, l’abuso fisico, verbale, sessuale o emozionale non dovrebbe succedere a nessuno, mai! Ma la realtà è diversa. Non è un giorno come qualsiasi altro… non è stata una notte come qualsiasi altra… abito in un condominio orizzontale e nella tranquillità dell’alba, le cose sono veramente cominciate a cambiare…

In questo mondo violento, state molto attenti! Se in qualsiasi aspetto della vostra vita (sentimentale, lavorativa, scolastica, ecc.) vi sentite in una situazione rischiosa, se avete paura di tornare a casa o restare soli con la vostra coppia, se vi stanno aggredendo, disprezzando, denigrando, sottovalutando … denunciate! Potete farlo parlando con un amico, con la vostra famiglia, con un professionista, con le autorità o specialisti del tema, però ricordatevi che è importante iniziare una procedura di soccorso.

*psicologa e psicoterapeuta – alejandradaguerre@gmail.com

CANADA E ITALIA PARTNER NEI SETTORI AUTOMOTIVE, CONNECTED VEHICLE E INNOVAZIONE

Postato da admin Il 29 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

CANADA E ITALIA

PARTNER NEI SETTORI AUTOMOTIVE, CONNECTED VEHICLE E INNOVAZIONE

Workshop a Torino – 8 febbraio 2012

Leader nell’INNOVAZIONE del settore AUTOMOTIVE e CONNECTED VEHICLE, il Canada si afferma con grande successo in tutto il continente nordamericano. In riconoscimento di ciò si svolge l’8 febbraio al Centro Congressi Torino Incontra Tavolo Canada: Canada e Italia partner nei settori automotive, connected vehicle e innovazione, workshop organizzato dall’Ambasciata del Canada in collaborazione con Confindustria, Camera di Commercio di Torino, Ceipiemonte, Unione Industriale di Torino, ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), APMA (Automotive Parts Manufacturers Association), ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), TTS Italia (Associazione Nazionale della Telematica per i Trasporti e la Sicurezza) e APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea).

Tavolo Canada” è un programma congiunto dell’Ambasciata del Canada e il Ministero degli  Affari Esteri nato per promuovere la cooperazione bilaterale Canada/Italia tra aziende, università, centri di ricerca e distretti tecnologici in i settori prioritari di ricerca/innovazione, tra cui il settore automotive. Da notare le notevoli sinergie tra Canada e Italia e le interessanti opportunità per i fornitori su entrambe le sponde dell’Atlantico emerse a seguito dell’alleanza fra FIAT e Chrysler e, conseguentemente, dell’ integrazione (tuttora in atto) delle loro rispettive catene d’approvvigionamento globale.

In un’industria automobilistica sempre più competitiva, la provincia canadese dell’Ontario  detiene il primato assoluto: con i suoi 2,6 milioni di autoveicoli prodotti all’anno supera persino la produzione di Detroit (USA), rappresentando il 17% della produzione nordamericana (di cui l’84% è destinata all’esportazione), con vendite annuali che eccedono i 20 milioni di veicoli. L’industria automobilistica costituisce il maggiore settore produttivo in Canada e impiega oltre 500.000 lavoratori nell’assemblaggio, produzione di componenti, distribuzione e vendita/fornitura di servizi. In Canada sono presenti i cinque “giganti” – FIAT-Chrysler, Ford, General Motors, Honda e Toyota (per un totale di 14 fabbriche di assemblaggio) – e oltre 1.000 siti produttivi.

Il Canada è anche un leader nel settore connected vehicle e sta attivando importanti collaborazioni con le maggiori aziende mondiali nell’elettronica del consumo, nelle tecnologie automobilistiche e nel cosiddetto infotainment, ovvero i sistemi informatizzati per l’intrattenimento.

Nello specifico, il Canada offre expertise nella distribuzione di contenuti mobili multimediali, negli strumenti di rete, nelle soluzioni per la sicurezza, nei prodotti diagnostici, nel GPS, nelle soluzioni wireless, nella gestione della flotta e nella geomatica. In Canada, infatti, la componente ICT rappresenta l’80% dell’innovazione dell’autoveicolo ed il 70% dei costi di sviluppo, mentre per ogni nuovo modello di auto vengono investiti circa un miliardo di dollari.

Una delegazione canadese, composta da 23 rappresentanti dei maggior protagonisti del settore, parteciperà al workshop torinese, passando in rassegna le rispettive aree di eccellenza, nonché ad un fitto programma di incontri mirato a sviluppare cooperazione e partnership a lungo termine tra aziende, centri di ricerca pubblici e privati e università dei due paesi. E’ prevista anche una visita al distretto della meccatronica a Bologna.

Gli omologhi si confronteranno ed avranno modo di sottolineare le reciproche eccellenze nei settori automotive/connected vehicle già oggetto di due importanti accordi: quello tra l’Università di Windsor (Ontario), il Politecnico di Torino e FIAT‐Chrysler per un master in ingegneria automobilistica e la partnership in R&S tra la McMaster University, FIAT‐Chrysler, l’Università di Trento e il Centro Ricerche Fiat.

Quest’iniziativa fa seguito a precedenti missioni nel settore: nel maggio 2010 una delegazione della provincia dell’Ontario visitava Torino, contraccambiata nel giugno 2011.  La presente visita verrà contraccambiata nel giugno 2012 da una delegazione di aziende italiane nei settori automotive e connected vehicle.

Roma, 24 gennaio 2012 – Ambasciata del Canada

Italiani vs stranieri: vespe o formiche?

Postato da admin Il 25 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Italiani vs stranieri: vespe o formiche?

Immigrazione e territorio: lo spazio con/diviso

Arriva nelle librerie l’interessante volume di Flavia Cristaldi, Pàtron Editore

ROMA – Quali strategie territoriali attuiamo quando gli stranieri entrano nelle nostre comunità? Li accogliamo nelle nostre città condividendo con loro lo spazio e li consideriamo un’opportunità di crescita economica e sociale o li espelliamo dal gruppo relegandoli ai margini del sistema come fossero degli intrusi pericolosi? Affittiamo loro appartamenti nei quartieri benestanti delle città o cerchiamo di nasconderli negli scantinati o nelle mansarde degli edifici più fatiscenti? Il territorio è un luogo di ritrovo o di scontro?

Il libro “Immigrazione e territorio: lo spazio con/diviso“ (Pàtron Editore) di Flavia Cristaldi, docente di Geografia delle Migrazioni presso la Sapienza, Università di Roma, affronta nel dettaglio queste problematiche ed offre indicazioni utili sia al cittadino, desideroso di riflettere sulle nuove forme di convivenza, che al politico e al pianificatore i quali, proprio partendo dalla reale conoscenza del territorio, devono pianificare gli interventi sul territorio.

Utilizzando metaforicamente le recenti scoperte in campo etologico, Flavia Cristaldi ricorda le strategie utilizzate dalle formiche e dalle vespe e le paragona a quelle messe in campo dalla società civile: se alcune formiche del Borneo si fanno letteralmente esplodere per uccidere gli intrusi che cercano di entrare nel formicaio, le vespe di Panama, al contrario, accolgono gli stranieri nell’alveare dividendo con loro il lavoro quotidiano.

Avvalendosi di dati statistici, rappresentati con chiare carte tematiche, e dei risultati di numerose interviste, l’Autrice accompagna agevolmente  il lettore lungo un percorso nazionale e internazionale alla ricerca delle strategie territoriali che scaturiscono nella società multiculturale. Arricchendo l’analisi con testimonianze raccolte anche nella letteratura, Flavia Cristaldi conclude il suo interessante volume con la speranza che i cittadini di oggi utilizzino le strategie delle vespe di Panama per la costruzione di una società interculturale nella quale lo spazio sia realmente condiviso.

USA. IL SALTO IPERBOLICO DI LUISA LUCIANI di Lino Manocchia

Postato da admin Il 22 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Riceviamo

IL SALTO IPERBOLICO  DI LUISA LUCIANI

di Lino Manocchia


LUISA LUCIANI :o vvero la storia di un “cervello” italiano lanciato a sconfiggere la leukemia. “E’ l’avventura” spirituale, fisica e materiale di una

trentenne, nata a Pescara da genitori-laureati- che hanno preferito aver cura di una splendida campagna, alla periferia della citta’ adriatica, alle varie

cattedre sparse nello stivale.  Diplomata con massimi voti allo scientifico Galilei di Pescara e laurea con lode all’Universita’ di  Bologna.

Luisa Luciani e’ bella, affabile, intelligente,allergica alle pose,all’enfasi, ha

talento e  carisma tanto che un importante ematologo del mitico Memorial Sloan-Kettering Cancer Center,  l’ha subito invitata  a venire nella Grande Mela per far parte del reparto ricerche onde continuare, con i colleghi, a lottare  il cancro.

Pensate:Pescara-New York : salto iperbolico, sfiorando l’Atlantico, per la giovane laureata,in biotecnologie, compiuto con spirito sereno, tanta volonta’ e decisione.

Son trascorsi 365 giorni dal suo arrivo e Luisa offre l’impressione di una

ragazza americana a cui  la lingua non mette sgambetti, come molto spesso accade.”

Parlando con Luisa la nostra prima domanda-dettata un po’ dalla curiosita-e’ caduta subito sul nemico di milioni di persone: il cancro.

Conferma che la Neoplasia e’ la proliferazione anomala e incontrollata di cellule in un tessuto o in un organo del corpo che risulta nella formazione di masse (piu’ o meno) distinte dalla zona in cui ha origine, e che il termine neoplasia e’ usato come sinonimo  di tumore.?

Si, possiamo utilizzare il termine neoplasia come sinonimo di cancro o tumore. Quando si trovano delle masse tumorali in siti del corpo diversi da quello in cui la massa si è originata, allora parliamo di metastasi.

Mi dica, quante forme di leucemia possono essere menzionate?

Una prima distinzione può essere fatta tra la leucemia mieloide cronica e la leucemia mieloide acuta, entrambe a carico del midollo osseo. Io mi occupo dell’individuazione dei meccanismi genetici alla base della leucemia mieloide acuta.

A proposito, che c’e’ in lei di abruzzese?

Un pregio delle mie origini abruzzesi è la cordialità e il buonumore…un difetto la testardaggine. Noi abruzzesi siamo molto aperti a stabilire nuove amicizie.

Cos’e’ per lei la vita?

Vivere significa per me svegliarmi la mattina ed essere contenta di me stessa, convinta delle mie scelte, e soprattutto sapere di avere la mia famiglia e i miei amici sempre presenti.

Cosa l’ha spinta alla  oncologia?

La necessità di lasciare una piccola traccia in questa vita. Mi sono sempre detta che la cosa che mi riusciva meglio era studiare, quindi perché non fare qualcosa per gli altri?

L’oncologia per lei e’ piu’ una passione o una missione?

L’oncologia per me è sia una passione, mi affascina avere la possibilità di capire perché una cellula impazzisce e inizia a proliferare, ma anche una missione. Ogni volta che entro in ospedale, letteralmente sento una stretta allo stomaco nel vedere i pazienti.

Crede nella Provvidenza?

Credo che bisogna essere al posto giusto nel momento giusto. Ci vuole un pizzico di fortuna, ma la maggior parte del lavoro spetta a noi.

Si e’ mai sentita sconfitta?

Signor Lino, quando si fa ricerca ci si sente stupidi e sconfitti praticamente ogni giorno. E’ questa la parte più difficile del nostro lavoro, essere coscienti del fatto che se stiamo cercando di scoprire qualcosa di nuovo, dipende dal fatto che è così complicato da farci sentire inadeguati.

E’ suprestiziosa?

No, non sono superstiziosa. Niente amuleti o portafortuna.

Femminista?

E perché dovrei esserlo? Credo che uomini e donne abbiano le stesse capacità di eccellere nella ricerca, come in altri campi. Dipende sempre dalla nostra dedizione.

Ha lasciato l’Italia con rimpianto?

Più che l’Italia ho lasciato la mia famiglia con rimpianto. Sono molto felice a NY, ma la malinconia di avere i miei genitori, mia sorella e mio fratello lontani fa da sottofondo.

Crede che presto la fuga dei” cervelli” italiani si fermera’? Su questo aspetto nello specifico in Italia,  come e’ messa sullo scenario mondiale?

Mi dispiace dirlo, ma la fuga dei cervelli non penso si fermerà così presto. All’estero ci sono troppe possibilità di crescita, di lavorare al massimo. In italia è tutto rallentato, immobile. E allo stesso tempo penso che per molti di noi che sono all’estero, tornare in Italia significherà rinunciare a tanto in termini lavorativi.

Che chiedono i giovani?

I giovani italiani chiedono una possibilità per applicare lavorativamente quello che il nostro ottimo sistema scolastico ci ha insegnato. Questo può dare la prospettiva di un futuro felice in Italia.

Cosa le manca a New York, e cosa le piace della Mela?

A New York mi manca uscire il sabato mattina con mia sorella o le mie amiche, il cornetto e il cappuccino al bar. Mi manca la telefonata dei miei genitori alle 8:30pm (che ho ricevuto ogni giorno da quando ho lasciato casa per studiare a Bologna a 19 anni). Con il fuso orario e i miei ritmi lavorativi ci sentiamo solo nel weekend. Mi manca il mare d’estate. Cosa mi piace della Mela? La sensazione di poter fare tutto, si respira nell’aria che è una città vibrante. Mi piace uscire con i miei nuovi amici, sperimentare nuovi ristoranti o locali, andare alle gallerie d’arte o semplicemente perdermi a Central park. Mi piace tantissimo fare brunch…mi ricorda un po il pranzo della domenica. Adoro le palestre, aperte dalle 5.30am alle 11.30pm.

Il piatto preferito?

Adoro i piatti freddi. Prosciutto e mozzarella, bresaola e rucola. Devo ammettere che è un po difficile trovare una buona mozzarella di bufala a NY. In compenso ci sono delle pizzerie ottime che mi fanno sentire a casa.

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?

Si, sono convinta delle mie scelte. Tutto quello che ho fatto è sempre stato dettato dalla passione. Dal primo momento che ho messo piede a NY, ho sentito che era stata la scelta giusta, con tutti quei piccolo sacrifici che ovviamente ha richiesto ricominciare tutto dall’inizio. Adesso però, a distanza di un anno, posso dire che ne è valsa la pena fare il grande salto!

“VITE RITROVATE”, PRESENTAZIONE A ROMA AL CENTRO STUDI EMIGRAZIONE Il volume di Gianni Paoletti è una pubblicazione del Museo dell’Emigrazione “Pietro Conti”

Postato da admin Il 20 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

“VITE RITROVATE”, PRESENTAZIONE A ROMA AL CENTRO STUDI EMIGRAZIONE

Il volume di Gianni Paoletti è una pubblicazione del Museo dell’Emigrazione “Pietro Conti”

Giovedì 26 Gennaio 2012, alle ore 17.30, presso il Centro Studi Emigrazione a Roma (www.cser.it) si terrà presentazione del volume “Vite ritrovate, Emigrazione e letteratura italiana di Otto e Novecento” di Gianni Paoletti. Il testo è edito dalla Editoriale Umbra di Foligno per la collana “I Quaderni del Museo dell’Emigrazione” (www.emigrazione.it). Introdurranno René Manenti, dello CSER e Catia Monacelli, Direttore del Museo Regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino. Il volume sarà illustrato dallo scrittore e giornalista Francesco Durante e dallo stesso Autore del volume Gianni Paoletti.

Il libro ricostruisce il manifestarsi letterario, spesso “marginale”, disperso ma acuto, di un evento per molti versi fondante della storia nazionale, dalla fine del secolo XIX fino a quanto uscito negli ultimi due decenni, durante i quali un’autentica fioritura di titoli ha rinnovato un interesse specifico per la figura del migrante. Gli scrittori italiani che compongono un ideale canone letterario classico fra Ottocento e Novecento si sono soffermati solo parzialmente o episodicamente sull’emigrazione italiana. Un oblio – una certa rimozione persino – che non ha, tuttavia, impedito la comparsa di romanzi e racconti di grande finezza su questa enorme esperienza collettiva, che è anche uno dei nodi di maggiore momento della vicenda storica italiana.

Da De Amicis a Pavese, da Pirandello a Gadda, da Pasolini a Sciascia, passando per Silone, Calvino, Jovine, Piovene, Levi, Soldati, Borgese, Sgorlon, e per diverse altre notevoli voci della narrativa contemporanea, gli emigranti sono comparsi in pagine talora bellissime, e sovente assai difformi per stile, moventi ed esiti. Il libro ricostruisce questo manifestarsi letterario, spesso “marginale”, disperso ma acuto, di un evento per molti versi fondante della storia nazionale, dalla fine del secolo XIX fino a quanto uscito negli ultimi due decenni, durante i quali un’autentica fioritura di titoli ha rinnovato un interesse specifico per la figura del migrante.

Ne risulta un cammino, diviso in una topografia più che in una cronologia, fra immagini letterarie suggestive, che seguono ispirazioni e stili differenti: il racconto, il diario di viaggio, il romanzo, il frammento autobiografico, l’indagine critica, il reportage. Cercando fra le pagine dei grandi scrittori, emerge un quadro perspicuo e acuto di una diaspora umana e storica lunghissima. Forse, mai conclusa. Durante l’evento, a cura dell’Associazione Culturale Passato e Presente (Sezione Italiana Vintage Fashion & Costume Jewelry Club www.bijouxamericani.it), sarà presentata una selezione di Canti dei migranti, che verranno eseguiti da Lavinia Mancusi, e di testi letterari tratti dal volume in presentazione, che saranno letti da Antonio Palmitessa.

Elio Di Rupo, primo ministro del Belgio, figlio di un minatore abruzzese nel 1947 da www.italiaitaly.eu

Postato da admin Il 12 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Elio Di Rupo, primo ministro del Belgio, figlio di un minatore abruzzese nel 1947

da www.italiaitaly.eu

C’è l’eco di Marcinelle, con i sacrifici degli italiani che hanno dovuto lasciare il nostro Paese per la ricerca di un futuro migliore, nella figura del nuovo Primo ministro del Belgio. Alla guida del Governo di Bruxelles è stato scelto Elio Di Rupo, figlio di un minatore italiano che con la famiglia ha lasciato l’Abruzzo per trasferirsi a Morlanwelz. Al termine di una lunghissima crisi, durata 541 giorni, re Alberto II ha affidato l’incarico di premier a Di Rupo, dal 1999 presidente del Partito socialista. La crisi internazionale e le difficoltà economiche interne, sancite dall’abbassamento dell’affidabilità da parte delle agenzie di rating, hanno portato all’accordo tra fiamminghi e valloni e alla formazione di un Governo di coalizione con tredici ministri e sei sottosegretari.

Era il 1947, quando papà Di Rupo lasciò San Valentino in Abruzzo Superiore, in provincia di Pescara, per andare a lavorare in miniera in Belgio. Quattro anni dopo … nasceva il piccolo Elio, che aveva solo un anno quando suo papà morì in un incidente stradale, lasciando la madre a cavarsela con sette figli. Era l’epoca quando alle vetrine dei negozi belgi si poteva leggere: “Vietato l’ingresso ai cani a agli italiani”: da allora i figli degli emigrati ne hanno fatto di strada e ora a uno di loro è stato affidato il compito di guidare il Belgio.

Elio Di Rupo si è laureato in chimica e poi ha ottenuto il dottorato presso l’Università di Mons; si è quindi specializzato a Leeds e intanto si appassionava alla politica. Nel 1982 è stato eletto alla Camera dei rappresentanti  e poi è stato sempre rieletto al Parlamento belga. E’ stato sindaco di Mons e per tre anni presidente della Vallonia. Divenuto leader del gruppo socialista francofono, ora è capo di un Governo che ha forti sfide da affrontare.

Ferdinando Ferella, giornalista e reporter, per missione Il capo Redattore di Voice of America, di origini abruzzesi, di recente scomparso a Washington DC

Postato da admin Il 10 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO

Ferdinando Ferella, giornalista e reporter, per missione

Il capo Redattore di Voice of America, di origini abruzzesi, di recente scomparso a Washington DC

di Raffaele Alloggia

L’AQUILA – Il 13 dicembre scorso è scomparso a Washington, dopo una dura battaglia contro un cancro al polmone condotta al George Washington University Hospital, il giornalista e reporter Ferdinando Ferella, 59 anni, figlio di emigranti abruzzesi di Paganica, la più grande frazione dell’Aquila. Nato nel 1952, a Rouen, dove i genitori erano emigrati, Ferdinando completa gli studi universitari iniziati in Francia, specializzandosi in giornalismo all’Università di Montreal, in Canada, dove sposa una canadese. Successivamente si trasferisce negli USA, a Washington, dove ha risieduto fino al 13 dicembre 2011. Dal 1980 al 1986 Ferdinando Ferella ha lavorato a Radio Canada International, per poi entrare come reporter in Voice of America (VOA) – radio governativa americana – dove per un quarto di secolo ha raccontato agli Americani le più grandi tragedie di quel periodo nel continente africano, tra le quali la guerra civile in Burundi e nel Camerun in occasione delle elezioni politiche, le guerre nella Repubblica del Congo e il genocidio del 1994 in Ruanda.

E’ stato uno dei giornalisti più famosi ed apprezzati in Africa Centrale ed in particolare in Congo, dove tornò nel 2006 per seguire le prime elezioni democratiche nel Repubblica Democratica del Congo.  Ferdinando Ferella, nella sua carriera giornalistica, ha intervistato tutti i più importanti presidenti e dittatori dei paesi di quella parte del continente africano. Nella Repubblica Democratica del Congo, a Goma, Ferella ha peraltro formato centinaia di giornalisti congolesi, con i quali era molto esigente e meticoloso, controllando il loro lavoro attentamente e aiutandoli ad affinare le abilità, conscio che avrebbero dovuto lavorare in un ambiente a volte molto pericoloso ed esplosivo. Alla sua morte, in ricordo, Voice of America in Africa ha predisposto una pagina commemorativa in francese sul suo sito web, dove sono subito pervenuti e pubblicati numerosi commenti, sia in inglese che in francese, insieme a contributi audio e video, nonché foto della sua carriera.

Come dicevo all’inizio, Ferdinando Ferella è d’origine paganichese. Ricordo bene quando da ragazzo egli tornava con i genitori a Paganica per passare le vacanze con i nonni. In quei giorni giocavamo insieme, alle aie del Colle. Per decenni poi ci siamo persi di vista, fino al 2004, quando tornò in ferie a Paganica, dopo che dal Congo era passato in Canada a prendere il figlio e in Francia a prendere sua madre. In uno dei quei giorni fu nostro ospite a pranzo, rilasciando anche una lunga ed interessante intervista al mensile d’attualità paganichese “Il Punto”.  In quelle poche ore tornarono in mente tutti i ricordi di gioventù. Gli raccontai, tra l’altro, che qualche anno prima avevo scritto una storia vissuta da suo nonno Ferdinando, che di seguito trascrivo.

Nel 1977 la Sezione Donatori di Sangue di Paganica ristrutturò una stanza dell’ex Carcere mandamentale, per utilizzarla come sede sociale. Un giorno Ferdinando, ormai vecchio, mi chiese se avrebbe potuto visitare il “camerone”, così lo chiamavano chi come lui vi era stato detenuto durante il Ventennio. Mentre salivamo verso il Castello, con il passo appesantito dagli anni, cominciò a raccontarmi le sue storie, fermandoci davanti al portone giusto il tempo di girare la chiave nella toppa ed aprire quella stessa porta dalla quale, quasi cinquant’anni prima, egli era uscito senza voltarsi indietro. Mi confessò che gli tremavano le gambe. Cercai di sdrammatizzare, ma capii bene che doveva essere forte la sua emozione mentre ripensava al suo passato. Varcato il breve tratto dell’androne, ci trovammo sul ballatoio in cima alle scale. Alla vista del cortile interno, dove i reclusi passavano l’ora d’aria, iniziò a raccontare, quasi un fiume in piena, come i reclusi trascorrevano quelle giornate, fino a quando un groppo in gola gl’impedì di proseguire. Entrammo nel “camerone”e, di nuovo, fu assalito dai ricordi. Scrutava il pavimento come se avesse perduto qualcosa, fin quando fissò lo sguardo su un punto dove era graffito il suo nome, inciso sulla pietra con un chiodo durante la sua detenzione. Solo un gesto, le parole si smorzarono e la sua commozione prese anche me. Poi altri nomi, altre vicende umane che sono parte della nostra storia, con il loro triste bagaglio di sofferenza e privazione del bene più alto, quello della libertà, duro da digerire, per piccole responsabilità in diatribe tra poveri cristi. Conclusa la visita, prima di uscire in strada, egli cacciò la mano nella ”mariola” tirando fuori una bottiglietta da un quarto, quella della gassosa di una volta, piena di vino. Trasse da una tasca un bicchiere di vetro ottagonale e volle che bevessi prima di lui alla salute di tutti i donatori di sangue. Espresse, così, tutta la sua gratitudine verso i donatori di sangue, per aver trasformato quel “camerone” da luogo di sofferenza e repressione, anche in ragione delle idee politiche odiate e perseguite durante il Ventennio, a luogo d’incontro e d’impegno sociale. Ero a stomaco vuoto, ma non me la sentii di rifiutare – dopo quella lezione di vita vissuta – quel bicchiere di vino che, anche se a digiuno, mi fece veramente bene”.

Mentre raccontavo questa storia al Ferdinando giornalista e Capo redattore di Voice of America, egli guardava sua madre, attonito. Le chiese conferma dei fatti che gli avevo raccontato ed il perché lei non gliene avesse mai parlato. In risposta la madre gli disse che all’epoca emigrarono in Francia proprio perché in tal modo intesero cancellare dalla memoria quel passato, poiché tante furono le ripercussioni che ne ebbe suo nonno. Il nostro concittadino reporter, a quel punto, volle vedere assieme al figlio sedicenne quella pietra incisa. Suo figlio non conosceva la nostra lingua, ma quando vide il nome “Ferdinando” inciso sul pavimento, sbalordito ne chiese il perché. Il padre gli tradusse ciò che aveva appena sentito per la prima volta. A quel punto, abbracciati, piansero a lungo su quella pietra, evitando di calpestarla come fosse una lapide. Prima di ripartire, chiesi a Ferdinando di mandarmi i suoi articoli, senza curarsi della traduzione. Più tardi mi scrisse un’e-mail di ringraziamento, tra l’altro grato per avergli fatto conoscere una storia importante della sua famiglia, della quale altrimenti mai sarebbe venuto a conoscenza. Anche se da allora eravamo rimasti in frequente contatto, mi aveva sempre tenuto nascosto quel terribile male. Da un po’ di tempo non rispondeva più alle mie e-mail, così come non aveva risposto agli Auguri di Natale che gli avevo inviato all’inizio di dicembre, proprio mentre la sua vita se ne stava per andare.

alloggiaraffaele@gmail.com

Intervista al Presidente del Congo

Ferdinando Ferella

Ferdinando con un paganichese

Ferdinando con gli aspiranti giornalisti Congolesi

USA. REMO DE LUCA: IL “LUPO ITALIANO” DI SANGUE ABRUZZESE di Lino Manocchia

Postato da admin Il 6 gennaio 2012 LASCIA UN COMMENTO


Si fa presto a dire “Guerra”,pensare ad un inferno di ferro e fuoco, di corpi umani straziati.La Guerra sembra lontana, purtroppo pero’ e’ sempre in agguato’ e disponibile come una poltrona di un cinema.

Di guerre  si legge dappertutto, mediante manifesti, giornali, foto e….libri; come” “The ITALIAN WOLF”  di  Remo De Luca,scritto,con il coautore Vito Lo Presti, presenta in maniera limpida e credibile dal figlio Antony V.De Luca,, diplomato dal College of Pharmacy and Healt Sciences del Massachusetts, autore e produttore di libri e documentari  cinematografici, il quale ha dato il suo autorevole apporto al testo del libro  del padre: la storia vera di un soldato e due guerre,” che vedra’ la luce a breve distanza.

Chi in Guerra e’ stato,trovera’. nel libro, che cosa ha spinto De Luca a mettere

sulla carta episodi, momenti, giorni,sofferenze  che resero il giovane teramano,

sempre piu’forte e gentile come il suo Abruzzo.

De Luca crebbe nel tumultuoso periodo della Seconda Guerra mondiale.Giovane fascista ,   Remo ebbe luogo di incontrare “rispettabili nazisti”,e  “fascisti asassini”, .Dopo aver lottato con i Partigiani, per cacciare i teutonici soldati dall’Italia , De Luca emigro’ in America. Ottenuta la cittadinanza americana,  fu

chiamato alle armi ed inviato –cecchino-in Korea dove “incontro” infamia e orrore confermando quanto conosceva:”La guerra offre sempre   qualcosa di buono, ma molto di male.”

Giustamente e coscentemente il grande generale Dwight Eisenhower affermava: “Odio la Guerra  soltanto come soldato  che ha vissuto,come chi ha visto , le sue brutalita’ e la sua stupidita’.”

Per suo berneficio, Remo De Luca chiuse l’odissea coreana dopo un intenso “love “affair” con Momoko,  una ricca  magnifica giapponese che “lo aiuto’ tra l’altro, a dimenticare le esperienze vissute e comprendere sia l’amore  che  i tradimenti “,

Tornato nella Patria adottiva si dedico’ al “business, e alle poesia.

“Dedico questo libro alla memoria di mio padre Romolo De Luca,multi decorato veteranodella Prima Guerra Mondiale e quella Libica. Mio padre visse parte della sua esistenza nelle Americhe, senza mai dfimenticare il forte amore per la famiglia  che libero’ dalla schiavitu’ del Fascismo, durante la Seconda Guerra Mondiale.”

L’AUTORE

Ha vinto il Premio di narrativa, dell’ottava edizione del Premio Maiella diventando, per un anno, ambasciatore degli autori italiani nel mondo.

Vulcanico,dalla mente fresca,teramano settantenne guida il suo veloce fuoribordo ancorato in Florida dove trascorre meta’ dell’anno freddo,per far ritorno d’estate,a Rockaway nello stato del New Jersey dove vive con la consorte, gentile signora Anna Martinez.

Miscela esplosiva di estro e calcolo,il teramano-americano puo’ benissimo appartenere alla lunga lista dei figli migliori di nostra terra..

Ha il gusto dell’avventura e si vede,ama l’Abruzzo,e si vede,

Se chiedete a Remo “Che c’e’ in te di Abruzzese? Vi dira’: L’orgoglio della mia terra, della mia gente che ho seminato nel mondo. E’ il sentimento delle mie radici,della mia origine,”

Remo De Luca e’ “il Lupo italiano”, nel titolo del libro, nei sentimenti,nella volonta’ di vivere.

Auguri vecchio Lupo della Maiella.
(Foto De Luca ed il nipotino Romolo, come il nonno paterno.)

LINO MANOCCHIA

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