UN BUON PASTORE DI NOME FRANCESCO CHIAMATO DA PAPA FRANCESCO A GUIDARE LA RINASCITA DELLA LOCRIDE di Domenico Logozzo

 

 

 

GIOIOSA JONICA – Arriva nella Locride un Buon Pastore. Don Francesco come Papa Francesco. Parla con il cuore e si rivolge  al cuore della gente. Date ai poveri, aiutate le famiglie in difficoltà. Date fiducia ai giovani, sostenete chi subisce violenze e prevaricazioni. Non c’è la parola mafia, non c’è la parola ‘ndrangheta nella prima lettera pastorale di don Francesco Oliva, nuovo vescovo della Diocesi di Locri-Gerace. Non nomina i mali assoluti della Locride, il  cancro inestirpabile, dove tutto è ‘ndrangheta, secondo i professionisti dell’antimafia. Non fa annunci eclatanti, ma esprime vicinanza reale a “quanti soffrono a causa della violenza e dell’ingiusta prevaricazione subite da chi ha scelto la via della disonestà, dello sfruttamento e dell’odio”.

 

L’umiltà è una grande dote. “Debbo ancora conoscere questo territorio”, ha detto fin da subito. E fa bene a dirlo pubblicamente. E’ calabrese, ha svolto principalmente la sua attività pastorale nel Cosentino e segnatamente a Cassano, dove fra poco più di un mese arriverà il Papa in visita ufficiale. Occasione la consacrazione vescovile. Don Francesco sa benissimo che, come scriveva il grande letterato di San Luca, Corrado Alvaro, “per capire i calabresi bisogna conoscerli”. E don Oliva per capire i fedeli della Locride, vuole conoscerli. Personalmente. Avrà letto e visto tanto sui giornali, nei telegiornali, nei libri, nei dossier delle commissioni antimafia e nelle analisi dei “professionisti dell’antimafia”. Ma vuole toccare con mano. E fa bene. Si sta già dimostrando vescovo dei fatti. Quello che serve a questa Diocesi che tanto ha fatto discutere, nel lontano e nel recente passato. Tra connivenze pericolose e azioni di recupero. La  concretezza. Non l’apparenza.

 

Il Pastore chiamato da Papa Francesco a guidare una delle più difficili, emarginate e povere  realtà calabresi, segue fedelmente il nuovo cammino tracciato da Papa Bergoglio. Dalla parte degli ultimi. Scrive: “Presento alla misericordia del Padre l’invocazione di quanti a causa della malattia, della vecchiaia o della povertà tendono la mano, come anche di coloro che hanno perso il lavoro o un lavoro non l’hanno mai avuto”. La Locride ha bisogno di uomini della Chiesa che diano risposte a chi tende la mano e  chiede aiuto. Troppe promesse. Troppe delusioni. Lo Stato colpevolmente assente. L’anti-Stato spavaldamente presente, arrogante e paralizzante. La Chiesa non sempre chiara nelle sue scelte. Ambiguità che hanno spesso alimentato la sfiducia dei fedeli. E il recupero non è stato sempre tempestivo e totale,come sarebbe stato necessario.

 

Il Papa ha impiegato otto mesi per designare il vescovo che avrebbe dovuto occupare il posto che è stato di mons. Bregantini e di  mons. Morosini. Eredità pesante. Don Francesco lo sa, sì che lo sa! Nella Locride dei troppi comuni commissariati per mafia, i  cittadini si  aspettano dalla Chiesa un aiuto  ad avviare il cambiamento che i politici non sono riusciti a realizzare. Don Francesco chiede “alle autorità civili, con cui intendo stabilire, nel rispetto delle proprie competenze, un rapporto leale e di collaborazione in vista del bene comune”.  Il rispetto delle regole. La marginalizzazione delle forze antisociali. Il sostegno delle azioni positive dei buoni e dei giusti. Spazzar via la malapolitica e l’assistenzialismo parassitario. Voltare pagina. Il lavoro innanzitutto e il sostegno alle famiglie in difficoltà. ”Sono vicino alle famiglie, particolarmente a quelle che in questo tempo stanno vivendo momenti di difficoltà per la perdita del lavoro o per altri motivi, come l’esperienza del fallimento e della divisione”.

 

Grande attenzione per i giovani. Ha fiducia, dà fiducia. ”Mi attendo molto dai giovani: sostenuti dal loro entusiasmo molto possono dare alla Chiesa e alla società, se non si arrendono alla fatalità e alla rassegnazione”. Un lavoro pulito. Onesto. Ricordando la provocazione che tanti anni fa Fabrizio De André fece  proprio in questa terra  lasciata dallo Stato in balìa della criminalità organizzata. ”Qui il lavoro ve lo dà la mafia”, disse ai giovani dal palco di Roccella Jonica. Scoppiarono le polemiche per una “bruciante verità”. I professionisti dell’antimafia si tuffarono a capofitto su questa “infangante esternazione”. Tanto fumo ed una valanga di buoni propositi. Politici pronti a smentire il cantante e lesti a promettere. ”Faremo, daremo, realizzeremo….”. Parole, quante parole e quali “maleparole“ a De Andrè . Un Oceano di inconcludenza, che negli anni ha travolto le speranze dei giovani ed ha fatto crescere la rabbia e la disperazione.

 

La realtà odierna  è sotto gli occhi di tutti. Crisi profonda. E’ ripresa l’emigrazione delle forze migliori. In fuga i cervelli, mentre continuano a sbarcare i disperati, in fuga dalla miseria e dalle guerre. Don Francesco rivolge un particolare saluto  “agli immigrati, uomini e donne, che, mossi dal desiderio di un futuro migliore, salpano sulle nostre coste, con la speranza di trovare accoglienza ed ospitalità, ma anche ai tanti emigrati della Locride che la ricerca di condizioni migliori di lavoro ha costretto ad andare altrove”. La fiducia ed il riscatto. L’aiuto ai poveri. Dovranno essere i fari accesi, sempre accesi dalla Chiesa sulla Locride. No agli atti simbolici. Sì alla solidarietà reale. Il nuovo  vescovo scrive: ”Fin d’ora esprimo il desiderio di non volere doni o regali, per quanto simbolici. Se qualcuno, comunità o singoli, vuole esprimere un segno concreto della sua gioia ed accoglienza, gradirei che venisse destinato alle necessità dei poveri tramite la Caritas Diocesana”. Il Buon Pastore dà per primo il buon esempio. I  parroci, tutti i parroci della Locride, facciano la stessa cosa.

 

*già Caporedattore del TGR Rai