Teramo. la rassegna ospita quest’anno per Maggio italiano – cinema d’autore la personale del regista Pietro Marcello

17 maggio 2012 00:250 commentiViews: 10

la rassegna ospita quest’anno per Maggio italiano – cinema d’autore la personale del regista Pietro Marcello: Martedì 15 maggio alle 21 a Spazio Tre Teatro e Mercoledi 16 alla Multisala Smeraldo alle 18,30 e alle 21,15 verranno presentati i suoi tre film. Mercoledì il regista sarà presente in sala durante la proiezione del suo film La bocca del lupo, cui seguirà il dibattito introdotto dal critico Leonardo Persia.

In allegato troverete la scheda del regista e dei suoi film.

Vi ricordiamo inoltre che Venerdi 18 Maggio a Spazio Tre Teatro Fabio Scacchioli e Maria Crispal chiuderanno la rassegna VideA – filmakers in Teramo, mentre la settimana successiva sarà la volta dello spettacolo teatrale Orgia di Pier Paolo Pasolini con Francesca Ballico, Maurizio Patella, Monia Fucci; regia Andrea Adriatico.

Lo spettacolo andrà in scena Martedì 22 maggio e Mercoledì 23 maggio alle 21 all’Auditorium Parco della Scienza. Ingresso 10 € (max n. 60 spettatori ). La prevendita biglietti sarà ancora a Spazio Tre Teatro Venerdì 18 maggio dalle ore 18 alle ore 21.30.

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CINEMA

Maggio italiano – Cinema d’autore

Personale di PIETRO MARCELLO

Martedì 15 maggio ore 21,00 Spazio Tre Teatro

Mercoledì 16 maggio ore 18,30 e 21,15 – Multisala Smeraldo

La XXI edizione di Maggio Fest  dedica la Personale di Maggio Italiano a Pietro Marcello.

Verranno presentati i suoi tre film (vedi schede allegate).

Mercoledì 16 maggio alle ore 21,15 nella Multisala Smeraldo, il regista Pietro Marcello introdotto dal critico Leonardo Persia, sarà presente alla proiezione del film La bocca del lupo (vincitore della XXVII ed. del Torino Film Festival e insignito di innumerevoli riconoscimenti importanti: al Festival Cinéma du Réel di Parigi, al Festival di Berlino e al Festival di Buones Aires. In Italia ha vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno. Il film è da poco uscito anche nei cinema francesi).

PIETRO MARCELLO

Scheda bio-filmografica

Nato a Caserta nel 1976, è autore giovane e consapevole, osservatore attento della realtà che lo circonda. Nel 2000 è assistente alla regia del documentario Gennarino di Leonardo Di Costanzo, e aiuto regista del film Il ladro di Sergio Vitolo nel 2002. Sempre nel 2002 realizza il radiodocumentario Il Tempo dei Magliari trasmesso da Radio 3 nel contenitore “Centolire”. Nel 2003 realizza i corti Carta e Scampia. Nel 2004 ha realizzato il film documentario Il cantiere, vincitore dell’11a edizione del festival Libero Bizzarri. L’anno seguente ha portato a termine il film documentario La baracca, che ottiene il premio del pubblico al Videopolis 2005. Nel 2005 ha collaborato come volontario per una ONG in Costa d’Avorio per la realizzazione di un docu-film dal titolo Grand Bassan. Nel 2007 ha firmato la regia de Il passaggio della linea, un documentario girato interamente sui treni espressi che attraversano l’Italia. Il film è stato presentato alla 64. edizione del Mostra del Cinema di Venezia all’interno della sezione Orizzonti e si è aggiudicato il Premio Pasinetti Doc e la Menzione speciale premio Doc/it. Il documentario ha, inoltre, partecipato a numerosi festival internazionali riscuotendo l’apprezzamento della critica. Tra gli altri premi possiamo ricordare il Premio Doc it Visioni Italiane 2008 ed il premio Casa Rossa doc al Festival di Bellaria. Candidato come Miglior Documentario di Lungometraggio ai premi David di Donatello 2008, il film è andato in onda su Rai 3 all’interno di DOC3 ed è uscito in edicola con la rivista “Internazionale”. A seguito dell’incontro con Enzo Motta, il futuro protagonista del suo film, grazie anche alla Fondazione gesuita San Marcellino di Genova, realizza il documentario drammatico La bocca del lupo, film poetico che contrappone immagini d’archivio a immagini girate oggi a Genova e racconta la vera storia d’amore tra due ex-detenuti in quel di Genova, l’emigrato Enzo e il travestito Mary. Il film presentato in oltre 20 festival internazionali ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti importanti al Torino Film Festival, al Festival Cinéma du Réel di Parigi, al Festival di Berlino e al Festival di Buones Aires. In Italia ha vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno. Il film è da poco uscito anche nei cinema francesi; “La bocca del Lupo” orchestra una sinfonia di immagini e suoni che si impongono con la forza di un poema“, così ha scritto Le Monde, che al film ha dedicato un’intera pagina. Il suo ultimo film, Artavazd Ašotovič Il silenzio di Pelešjan, presentato all’ultimo festival di Venezia, sezione Orizzonti, è un omaggio al grande cineasta russo.

Il silenzio di  Pelešjan (Italia/Russia, 2011)

r, sc e prod: Pietro Marcello – prod: Kinesis Film, Zivago Media, L’Avventurosa Film (in collaborazione con Rai Cinema, VGIK)- Dur.: 52 minuti

Sinossi: Leggenda vivente del cinema (pur con pochissimi minuti all’attivo nella propria filmografia), inventore di un tipo di montaggio straordinario e imprendibile, volatile e poetico, l’armeno Artavazd Pelesjan viene ritratto da Pietro Marcello in un mediometraggio di una cinquantina di minuti che non sfigurerebbe affatto nella celebrata serie transalpina “Cinéastes de notre temps”.Prodotto da Fuori Orario, questo progetto sembra nascere soprattutto dal voler accentuare il fortissimo contrasto tra l’oggetto del ritratto e chi lo fa. Il giovane cineasta casertano è quasi l’opposto dell’anziano Maestro. Come Chris Marker (sua dichiarata ispirazione principale), Marcello spinge il montaggio al di là del linguaggio, per così dire, “per eccesso”, cioè sovrapponendo più strati significanti (la propria loquace e puntuale voce over, e un insieme di immagini combinate sempre nella direzione di una molto forte volontà di eloquenza) fino a toccare un livello che con il “dire” ha finalmente poco a che fare. Pelesjan invece si mantiene “al di qua” del linguaggio, mostra una muta, fascinosa, mobilissima latenza del senso, che nulla, nemmeno la più incontestabile delle evidenze, riesce a scuotere dall’essere puramente e beatamente solo in potenza piuttosto che in atto.Ebbene, il primo ha l’intelligenza di prestarsi a un gioco che mette allo scoperto i propri limiti: mostra di voler forzare a tutti i costi la fotogenica durezza dei tratti di Pelesjan, le sue rughe, i suoi occhi disillusi, la sua maniera discreta di muoversi – ma solo per dover riconoscere di trovarsi davanti un’infrangibile opacità. Rispettata la condizione postagli dall’interlocutore (quella di poter non proferire nemmeno una parola), Marcello si sforza di far parlare le immagini, per esempio montando insieme la visita di Pelesjan sulla tomba dei suoi maestri (Klimov, Gerasimov…) con le immagini del parto del suo cortometraggio Vita – ma solo per trovarsi davanti agli occhi l’informe, le suggestioni senza nome della metropoli tutt’intorno, le anodine immagini di repertorio di un giovane Pelesjan alle prese con la commissione d’ingresso alla scuola di cinema…In altre parole, il suo viaggio al cospetto del Maestro armeno diventa un’occasione per interrogarsi e interrogarci sulla strana connivenza che sembra esserci tra la Latenza con la “elle” maiuscola delle sublimi immagini di Pelesjan (che qui compongono una parte importante del montaggio) e la latenza con la minuscola dell’oceano di immagini che ci circondano: impagabili, in questo senso, la parentesi in cui Pelesjan, stravaccato sul divano, fa zapping col telecomando su immagini televisive di nessun conto.Un sorprendente pianosequenza (quasi a voler far vivere Homo sapiens, film incompiuto di Pelesjan sull’arte nella storia dell’uomo) fonde insieme una carrellata su millenni di oggetti artistici da Lascaux in poi e una camera-car su varie luci sparse immerse nel buio della sera; il “priapismo retorico” di Marcello, ansioso di dire di tutto e di più, si affaccia meritoriamente sull’incertezza tra il silenzio “nobile” prodotto dall’arte e quello qualunque di qualsiasi cosa possa dirsi immagine. (Sentieri selvaggi)

IL PASSAGGIO DELLA LINEA (Italia, 2007)

r e s: Pietro Marcello – fot: Daria D’Antonio – mo: Aline Hervé – mus: Mirko Signorile e Marco Messina  – prod: Nicola Giuliano, Francesco Cima – Dur.: 58 minuti

Sinossi: è un “viaggio” lungo l’Italia cadenzato dal ritmo dei treni espressi a lunga percorrenza, da tempo abbandonati ad un destino di lento degrado, che attraversano la penisola da sud a nord e viceversa, in un percorso che va dalla notte al mattino.
Una carrellata di paesaggi, architetture, volti, dialetti e voci, vite che si mescolano in un corpo unico a bordo dei treni.
All’interno degli scompartimenti spogli si intrecciano le vite di passeggeri che spesso parlano lingue diverse e portano con sé storie lontane. Si tratta per lo più di pendolari in viaggio verso il nord, giovani, stranieri, impiegati in lavori precari, abituati a percorrere lunghe distanze utilizzando il più modesto ed accessibile fra i mezzi di trasporto.
Fuori, oltre i finestrini sporchi e appannati, si susseguono paesaggi a volte dolorosamente segnati dall’intervento dell’uomo, a volte intatti nella loro prepotente bellezza. Dentro, il tempo è scandito solo dal variare della luce che illumina gli stretti corridoi e svela volti spesso stanchi e assorti. Rinchiusa in uno spazio che è luogo d’incontro e di solitudine, la vita di chi viaggia appare come sospesa, in un tempo fuori dall’esistenza in cui tutto sembra ancora possibile, in una tensione continua tra passato e futuro, tra ciò che è stato e ciò che ha da venire.
Fra gli altri, a guardare l’Italia che scorre lenta dal vagone d’un treno, c’è un uomo vecchissimo, l’europeista novantenne: Arturo, che porta con sé, nelle tasche di una giacca sgualcita, i ricordi di un’intera esistenza. Ripiegato sul brutto sedile di un anonimo vagone sfoglia la sua lunga vita mentre gli occhi sembrano guardare lontano, posarsi un poco più in là. La sua è una storia di impegno civile e politico ma, soprattutto, l’orgogliosa ricerca della libertà oltre ogni convenzione, una scelta di radicale autonomia che trova il suo fondamento nella piena consapevolezza della fragilità dell’esistenza. Quest’uomo non scenderà mai più dal treno. Il treno è la sua casa, il suo viaggio è senza meta. Un “viaggio” che non conosce ultima destinazione.
Le tratte, le stazioni, le carrozze, i binari e i vecchi vettori che portano i treni tra le nebbie delle pianure e s’insinuano nelle gole delle strette valli appenniniche, carezzano i litorali incendiati dal sole e ancora oltre. Oltre il mezzo stesso, sino alla morte apparente, quando il treno viene inghiottito dai traghetti dello stretto di Messina e – privato del suo moto – esso stesso rimane sospeso in attesa di un nuovo viaggio, di una nuova linea oltre la quale andare. (Cinemaitaliano.info)

LA BOCCA DEL LUPO (Italia, 2009)

r, sc, fot: Pietro Marcello – mo: Sara Fgaier – interpreti: Vincenzo Motta, Mary Monaco – prod: Indigo Film, L’Avventurosa Film- Dur.: 76 minuti

Sinossi: Un uomo torna a casa, dopo una lunga assenza. Scende al volo da un treno a Genova, tra gli scogli e i carrugi, città portuale, città di leggende, città dei Mille. Quest’uomo la attraversa cercando i luoghi di un tempo, ormai in dismissione, che affiorano alla memoria nel loro antico splendore. Nella piccola dimora nel ghetto della città vecchia, l’aspetta da anni una cena fredda e la compagna di una vita. Mary in strada ed Enzo in carcere si sono aspettati per 14 anni anni (“la lunga stecca” come la chiama Enzo) e voluti sin dal tempo del loro incontro dietro le sbarre, quando ancora si mandavano messaggi muti, registrati su cassette nascoste.Una casetta in campagna sopra la città e il suo mare, questo è il loro sogno, lontano dal tempo presente, sospeso in un altro tempo di semplice felicità. Ora e ancora, condividono il loro destino furtivo con i compagni degli abissi nel dedalo di Croce Bianca, Madre di Dio, Sottoripa… nomi antichi di un posto non ancora moderno dove il Novecento s’è incagliato come una nave senza ancora.

La bocca del lupo (il titolo si riferisce ad un celebre romanzo ottocentesco di Remigio Zena) è il primo film italiano in concorso al Torino Film Festival. Dopo Il passaggio della linea, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Pietro Marcello dirige un documentario raffinato, ma la regia non documenta solo, la regia racconta. Racconta una testimonianza su una storia perdutamente nostalgica, umile, ma intima. E mentre rare immagini di repertorio, filmate da cine amatoriali e non, realizzati da genovesi di lunga generazione, si amalgamo alla Genova marinara di oggi, scorrono, fuori campo, le immagini e le voci dei due protagonisti, che raccontano, senza paternalismi, la loto esistenza. Enzo è un immigrato meridionale, giunto da Catania al nord da bambino e entrato nella criminalità. Mary è un travestito, ex tossico dipendente. Le loro solitudini si sono incontrare e si sono regalate compassione, appoggiandosi. Hanno vissuto 14 anni tra visite in carcere e permessi di libera uscita, tra nastri con voci registrate. La bocca del lupo possiede un forte impatto cinematografico per la delicatezza visiva e l’essenzialità narrativa. La regia non si sperde, si concentra sulle vite e sulle persone. Attraverso Enzo e Mary, Marcello, silenziosamente, punta l’obiettivo della cinepresa sul tessuto sociale, che appartiene a tutte le città, intriso di storie piccole, di memoria, di fuoco, sabbia e sale. La bocca del lupo ha quel fascino poetico, triste, ma non tragico, senza finzione, che sanno avere le antiche ballate o le canzoni di De Andrè. Questo film nasce da un’idea della Fondazione San Marcellino, gesuiti di Genova, che da anni assiste in diversi modi la comunità di senza tetto, emarginati e indigenti della città.  (Ilaria Falcone, Nonsolocinema)

Prodotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino La bocca del lupo racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad “avventurarsi” è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi.

Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western –suggerisce il montaggio- che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato.

La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza.
Sale una grande malinconia da questo lieto fine, ma le vittime non sono i protagonisti quanto lo spettatore, che si scopre miope e si dà improvvisamente ragione delle immagini con cui Marcello lo ha portato fino lì, in questo film ibrido che non si cura della distinzione tra ciò che è finzione e ciò che è documento: immagini d’epoca dei cineamatori, di chi salpa per il mondo nuovo e di chi non esce mai da certe vecchie storie. Immagini di un tempo che non c’è più, apparentemente. Eppure, forse, le cose non ci sono (più) solo quando non le si vuole più guardare.
Sono pochissimi, in Italia, i registi che hanno la forza e il coraggio di battere sentieri nuovi, di aprire nuove strade, di affrontare, accettandole, asperità che hanno la potenzialità di farsi nuova narrazione, nuova estetica, nuovo cinema. Pietro Marcello è sicuramente tra questi: l’aveva dimostrato con il suo primo film, Il passaggio della linea, e lo ha ampiamente confermato con quest’opera seconda, scegliendo una forma che riesce ad essere tanto più sospesa e metafisica quanto più si aggrappa saldamente ai personaggi e ai luoghi fisici che vengono inquadrati e raccontati dall’occhio della videocamera.

Marcello raccoglie dunque l’eredità pasoliniana ma, quel che più conta, guarda ai margini del mondo da una posizione che non è mai pretestuosamente oggettiva e oggettivante, mai ipocritamente partecipe e manipolatrice; una posizione che gli evita la trappola del paternalismo intellettuale così come quella di un’adesione ingiusta e impossibile. (Marianna Cappi, Mymovies)

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