23
May , 2012
Wednesday

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Dei massacratori, dei resistenti, dei generali, dei civili. Della Bosnia – di Paolo Rumiz

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di Paolo Rumiz

Pubblichiamo il testo scritto da Paolo Rumiz per la presentazione del libro di Jovan Divjak, SARAJEVO, MON AMOUR.

Quand’ero soldato non mi mettevo volentieri sull’attenti davanti ai generali. Mi sembravano vanitosi tromboni. Oggi, al cospetto di Jovan Divjak mi scopro a farlo con piacere, anche se sono in borghese da 35 anni. Non per la mia età, più incline al rispetto; e nemmeno per le vittorie del nostro eroe sul campo, che hanno salvato Sarajevo a mani nude. Lo faccio perché Divjak ha vinto draghi ben più infidi. Il Narod soprattutto, l’infausto concetto genealogico di popolo-nazione che per un secolo ha funestato i Balcani ed è sempre pronto – sotto altri nomi e in altre lingue – a risvegliarsi in Europa.

Lui, serbo da quarant’anni in Bosnia, non ha avuto dubbi, al momento dell’aggressione alla sua terra adottiva. Non ha sentito il richiamo del sangue – che in quelle ore divideva secondo assurdi pedigree le masse impaurite dalla Slovenia al Montenegro – ma quello del territorio. Anziché cercare la serbità – Srpstvo, l’identità bizantina invocata a sproposito dal branco incaricato di fare a pezzi Sarajevo – lui ha scelto l’appartenenza, il Genius loci, l’anima del luogo che i popoli slavi chiamano Zavičaj. Ha scelto l’amore per la sua città. Sarajevo mon amour, appunto.

Non è stata una scelta facile. Chi non sta col branco rischia. Viene visto come infido dagli uni e traditore dagli altri. Deve giustificarsi sempre. Ma Divjak ha rigato dritto. Ha messo a tacere tutti con azioni sul campo che parlavano per lui. E quando, nel ’92, il generale Milan Gvero, luogotenente del massacratore di Srebrenica, Ratko Mladić, gli ha chiesto provocatoriamente di convertirsi all’Islam, lui ha risposto che volentieri l’avrebbe fatto nel momento in cui il suo interlocutore fosse sceso dagli alberi e avesse adottato la posizione eretta.

È un momento-chiave del libro. Già con la sua presenza davanti all’aggressore, Divjak smonta il teorema – costruito dagli intellettuali di regime e diffuso dai servizi segreti – di una Sarajevo avamposto dell’estremismo islamista. Ma con la sua battuta il generale fa di meglio: ributta l’imbroglio in faccia allo sfidante. Dice: vedi, compagno generale, la guerra santa è un’emerita finzione; una porcheria necessaria a sdoganare la verità miserabile di una guerra di rapina, l’aggressione di primitivi contro gli evoluti. Uno scontro primordiale dove il discrimine non è la lingua, l’albero genealogico, la religione o il luogo di nascita, ma la civiltà, della quale lo humor è infallibile indizio.

Il problema, compagno Divjak, è che tu e io abbiamo perso. Il signor Milošević, morto in carcere all’Aja, invece, ha vinto alla grande. Le sue idee – e quelle di molti comprimari della guerra jugoslava – hanno sfondato in Europa. L’Islam è diventato “il pericolo”. I posti dove le culture convivono sono guardati con sospetto. Le patrie si chiudono in identità ringhiose e specialmente in Italia la parola immigrato diventa sinonimo di criminale. I chierici trionfano, la religione ha invaso il campo della politica, e gli intellettuali tacciono di fronte alla deriva fascista della società. I Balcani sono diventati Europa. Abbiamo peccato in superbia pensando che non ne facessero parte.

Il generale ha vinto inutilmente una seconda battaglia: quella della memoria. In questo libro non concede nulla al vittimismo patriottico e non nasconde le malefatte compiute da alcune bande di bosgnacchi (termine che, con poca attinenza alla religione, indica tuttora i bosniaci dai cognomi di radice turca) nei confronti dei civili serbi o croati. Taglia alla radice la malapianta della memoria di parte, quella che genera frutti avvelenati. Quei frutti che in Europa abbondano ancora nei libri di scuola. E ancora dividono le masse, per garantire il

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